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Vasco Rossi e quel mondo che non esiste più

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Vasco Rossi
Vasco Rossi al Modena Park

Il concerto del secolo, o giù di lì. Lo hanno fatto vedere persino in tv, sulla democristiana e renziana RaiUno, un evento presentato da uno scenografico e colorato Paolo Bonolis in versione Red Ronnie, amichevolmente prestato per l’occasione da Mediaset. Lo stesso che qualche anno fa lo riportò a Sanremo per fargli riconsegnare simbolicamente quel microfono che si era portato via quando ancora benpensanti e non dicevano di lui le cose peggiori e le famiglie borghesi pensavano che potesse deviare le menti dei loro poveri figli innocenti. Altri tempi, altre paure. Soprattutto altre canzoni. Oggi Vasco Rossi è stato sostituito dai migranti, tutti assassini, tutti dell’Isis. I nuovi indiani su cui fare fuoco. Oggi Vasco è un uomo moderatamente tranquillo di 65 anni, travestito per l’occasione (come piace dire a lui) da rockstar. Buffo e tenero. Perché la vita, la sua vita, ora è un’altra cosa, fa molto più male. Perché è ragionata e può anche ucciderti quando meno te lo aspetti. E ora ci pensi, ci pensa il timido Vasco e ci pensano i suoi fan più attempati, mascherati, ancora una volta, forse per l’ultima volta, da giovani impazziti e scapestrati, con solita immancabile bandana in testa e schiuma in bocca. Non è più come una volta che la morte appariva lontana, lontanissima pur sfidandola e sfiorandola ogni giorno. Quel palco eterno, lungo quanto i chilometri percorsi in una vita folle, sregolata e poi riordinata a fatica. Una vita partita dalla provincia come nelle migliori tradizioni del canto popolare di casa nostra e trasferitasi poi nei posti più esclusivi e originali del mondo, non proprio come le faccende di casa nostra. Per poi tornare al punto di partenza, alla fine del viaggio. Funziona sempre così nei romanzi più riusciti.
Modena Park, per chi il Blasco lo ha seguito dall’inizio, vuol dire tante cose. Forse troppe. Vuol dire un modo di vivere e vuol dire identificarsi in certi anni italici ricchi di vuoto e solitudine. Vuol dire non prendersi mai sul serio e credere, ingenuamente, che l’ironia salverà il mondo. Vuol dire essere presi in giro dagli intellettuali della musica alternativa. Vuol dire l’amore della vita perso tra uno dei tanti sbagli commessi e capiti solo dopo. Vuol dire mescolare idee e depressione, terrore ed emozioni enormi come quel grattacielo di ferro e acciaio che sabato sera ha sovrastato quel piccolo grande uomo, da sempre fragile e lessicalmente impacciato nel momento in cui c’era da esprimere un concetto semplice semplice, da sempre penetrante come un colpo di pistola finito dritto al cuore quando c’era da cantare la vita degli altri. Vasco da circa quindici anni non è più quello di un tempo, non scrive più con quella semplice intensità poetica che ha avuto in dono per un lungo pezzo del suo cammino. Eppure quell’intensità della prima metà della sua carriera è riuscita, come a pochi altri è successo, a garantirgli l’eternità. Qualunque stramberia dica o canzone poco ispirata lui scriva oggi, gli è concessa, gli è perdonata. Perché solo lui, a un certo punto, è riuscito a capire una generazione sconvolta e in preda agli attacchi di panico. Solo lui è riuscito, con la sua storia, col suo modo di vivere e con la sua arte, a mandare davvero a fanculo chi andava mandato davvero a fanculo. Quelle canzoni ancora oggi fanno piangere a dirotto, fanno ridere veramente, fanno arrabbiare, fanno venire l’inquietudine e la voglia di rimanere sotto quel palco anche quando ormai tutto è finito da un pezzo. Quelle canzoni ancora oggi fanno illudere i nuovi ventenni, imbucati e mascherati da fan di vecchia data, che accanto ai loro padri, alle loro madri e ai loro nonni, urlano a squarciagola come se non ci fosse un domani. Ma in fondo, si sa, “domani arriverà lo stesso”. Più o meno per tutti.
Vasco oggi rappresenta un mondo che non esiste più, eppure è sempre lì, nascosto nel proprio piccolo angolo di universo. E proprio per questo continua a funzionare. C’è ancora bisogno delle sue antiche e rituali trasgressioni, delle sue rivoluzioni perdonate dai soliti benpensanti e della sua faccia malinconica e strafottente. C’è bisogno come il pane delle tette al vento che sventolano come una bandiera di un Paese nemico in prima serata sulla Rai, al ritmo di Rewind. E fa niente se le rughe hanno fatto capolino sul suo simbolo. Basta osservarlo su quel tempio, attorniato dai suoi amici di sempre, mentre guarda quelle 220 mila teste che guardano solo lui, per capire. Per capirsi e ritrovarsi. Basta sentire poche note per tornare indietro anche solo per qualche ora. Tutto ciò basta a non pensare che, nel frattempo, sono passati giorni assurdi, promesse disattese, cuori maciullati da donne che si pensava fossero uniche, figli, partiti, capelli, falsi miti, vizi fatali, rinunce, sconfitte, perdite incolmabili e quarant’anni da quella prima canzone. Tutto ciò, seppure per una notte, basta a non far pensare. O a pensare a ciò che non c’è più. E a vivere, anche se è passato tanto tempo. Perché tanto lo sai che poi, alla fine, sarà sempre la stessa storia: con il tempo che continuerà a creare eroi “mentre il sole brucia ancora per i cazzi suoi”. E allora che cosa vuoi che ti dica io, auguri vecchio, giovane Vasco. E auguri alle migliaia di anime fragili che ti hanno accompagnato con amore fino a qui. Ah, dimenticavo, gran bel concerto l’altra sera. Da brividi. Ma tanto lo sai, maledetto.

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Francesco Veltri
Giornalista per diletto. Professionista per difetto. Sogna umilmente e inopinatamente di diventare uno scrittore d'altri tempi, tipo come quelli le cui opere si trovano in libreria tra i classici moderni a 2 euro e 99. Ama mettere su word quello che molti sognano e vorrebbero scrivere romanticamente su carta, ma poi non lo fanno perché non hanno tempo da perdere.