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Fantozzi in paradiso, ma non e’ un film: addio Paolo Villaggio

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Paolo Villaggio
Paolo Villaggio nel suo Fantozzi

“Sveglia e caffè barba e bidet, presto che perdo il tram”. Basta canticchiare poche note per sentire un coro di almeno tre generazioni rispondere: “Fantozzi”. Perché il ragioniere Ugo ci è entrato in casa e nel cuore, a tutte le età: ha fatto ridere i bambini di leggerezza, ha fatto riflettere gli adulti portando sullo schermo il dolceamaro della media borghesia e dell’italiano attaccato alla poltrona e al posto fisso, quando ancora il Checco Zalone di “Quo vado?” era nel mondo delle idee. Perché quel personaggio era avanti anni luce, in tutta la sua verità, in tutta la sua genialità. Fantozzi era questo: era geniale. Paolo Villaggio era questo: era geniale.
Certi personaggi sono così: ti si attaccano addosso e il confine con l’uomo diventa talmente sottile da confondere. Così pensi a Villaggio e ti viene in mente il Fantozzi che faceva i conti con i dettagliatissimi programmi del collega Filini, con le umiliazioni del mega direttore galattico, con i décolleté e gli spacchi della signorina Silvani, con Pina, moglie remissiva e devota che lo aspettava a casa insieme alla loro babbuin… ehm, bambina Mariangela, con le poche gioie che la vita da impiegato medio gli concedeva (frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero davanti alla partita docet). Ti viene in mente quell’uomo grassoccio con la coppola e le bretelle sulla maglia della salute che si sfregava le mani pregustando, con lingua di fuori, un vassoio di polpette o la (poca) carne di quel corpo della Silvani che ai suoi occhi appariva tanto voluttuoso. Scene e battute che abbiamo imparato a memoria, dalla partita di tennis nella nebbia con Filini alla telefonata con l’accento svedese. «Com’è umano lei» e «Non dà la mano» fanno parte di un linguaggio universalmente riconosciuto che strappa un sorriso tricolore a qualsiasi latitudine. Perché la forza di Fantozzi/Villaggio era questa: c’era un pezzo di ognuno di noi messo dentro e frullato. Ma pensi a Villaggio e non può non venirti in mente il maestro Marco Tullio Sperelli che compie il suo piccolo miracolo in quella scuola di Corzano. E poi teatro, libri, radio: nonostante la stazza, Paolo Villaggio si infilava ovunque, camaleontico e pacioso nell’atteggiamento, come quando si acciambellava nelle sedie degli studi televisivi e si trasformava in mattatore, pur restando immobile: bastavano le parole che, lente, quasi si affannavano una dietro l’altra. Mentre lui restava impassibile e comodo nei larghi camicioni a fantasia e nei pantaloni palazzo in cui aveva scelto di invecchiare. È morto alle 6 del mattino Paolo Villaggio. Ironia della sorte: il tempo ha puntato le lancette alla stessa ora in cui il ragione Ugo Fantozzi avrebbe dovuto regolare la sveglia (in realtà, dopo 16 anni, Fantozzi perfezionò la tolettatura mattutina al punto che la sveglia passò dalle 6.15 alle 7.51, in tempo per lanciarsi dal balcone e prendere i mezzi “al volo”). Aveva 84 anni ed era ricoverato in una clinica di Roma per i suoi problemi di diabete. La figlia Elisabetta ha voluto ricordarlo con una foto scrivendo: «Ora sei libero di volare». E dire che “Fantozzi in paradiso” lo avevamo già visto. È un “remake”, questo, che ci avrebbe comunque colti impreparati, qualunque fosse stata la data di uscita. Ce lo immaginiamo che bussa a quella porta nel suo abito bianco, come nel film, mentre si volta ancora per un attimo e dire: «Io speriamo che me la cavo». Ha il cappello in mano e, nelle tasche, un po’ del ragioniere Ugo, un pezzetto di Italia e una parte di noi.

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