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Sorry, dudes. La televisione nel 2017 è femmina

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Dudes
Dudes, se la televisione è femmina

A voler tracciare una pagella delle serie televisive trasmesse nella prima metà di questo 2017, non c’è molto da discutere. La televisione seriale è femmina, quest’anno.

Se pensate che fare una differenza di genere non serva, #spoiler: saltate all’ultimo paragrafo. Escludendo sporadici casi di serie in cui l’intero cast è fenomenale oltre ogni ragionevole dubbio – Sherlock, This is us, The Crown, per fare solo alcuni esempi – le migliori performance in assoluto sono state fornite da serie e miniserie le cui protagoniste fossero femmine. Nonostante un sempre impietoso e misogino Ryan Murphy, Feud – che ha narrato la faida tra Bette Devis e Joan Crawford – ha restituito dignità a intere generazioni di attrici sopperite all’inevitabile avanzare del tempo nonostante facessero colazione a bisturi e analgesici. Z. The beginning of everything – svela la figura di F.S. Fitzgerald per il miserabile alcolizzato che era, e sarebbe rimasto, senza la figura della moglie Zelda, una Christina Ricci bionda e in stato di grazia, i cui tricipiti morbidi e mobili hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a migliaia di spettatrici sin dalla scena iniziale. La visione dell’intera stagione di House of cards e di Westworld, ineccepibili sotto innumerevoli punti di vista, eppure con protagonisti maschili imbolsiti e stereotipati, sono state rese sopportabili solo grazie alla caratterizzazione e alla presenza delle rispettive Robin Wright la prima, Evan Rachel Wood e Thandie Newton la seconda. Finanche il guilty pleasure per eccellenza, Pretty little liars, è uscito a testa alta da un impietoso series finale grazie esclusivamente allo spessore di una Trojan Bellisario fin troppo sottovalutata. Anche il patinato e stuntizzato mondo del wrestling, e le sue lottatrici, acquistano dignità grazie al cast e alla scrittura di Glow, ultima produzione Netflix. Non entro nel merito, invece di Orphan Black, tuttora in onda con un incredibile season finale, merito di una Tatiana Maslany già premiata, tra gli altri, con un Emmy, per gli innumerevoli ruoli ricoperti nel corso delle cinque stagioni. Ma i capolavori assoluti, che del ruolo del maschio ne fanno uso principalmente per tracciare la linea di demarcazione dell’evoluzione, della società, della riappropriazione, sono due serie tra loro agli antipodi eppure complementari: Big little lies e The Handmaid’s tale. Ambientata nella upperborghesia di Monterey la prima, nella distopica – la parola dell’anno, segnatevela – Gileead l’altra, entrambe restituiscono una recitazione – femminile – corale, realistica, che salta la quarta parete per prenderti prima a pugni nello stomaco e subito dopo offrirti un cosmopolitan. L’uomo, attore, personaggio, è un mero elemento di scena che al massimo – è il caso dell’altrimenti monoespressivo Joseph Fiennes, ma anche del vichingo, e comunque bravissimo Alexander Skarsgård – acquistano spessore dal confronto con le controparti del sesso opposto. Infine, anche nell’incredibile cast di American Gods, la presenza dei personaggi interpretati da Gillian Anderson e Kristin Chenoweth illumina una produzione altrimenti eccessivamente, divinamente, virile.

#spoiler: Dopo oltre 50 anni, di cui 12 del nuovo corso, per la prima volta il #DoctorWho sarà femmina. Provate a fare un giro online per capire quanto la rete sia ancora misogina e in che modo si è rivoltata contro la superlativa Jodie Whittaker, che andrà a ricoprire il ruolo del Thirteen Doctor, e poi tornate qua a rileggere il tutto con occhi diversi.

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