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La Calabria ospita “el matt” di Ligabue

Le opere, esposte in Calabria, raccontano il genio naif di un uomo incastrato in un piccolo borgo ma capace di arrivare ovunque con le sue creazioni

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Ligabue

In Italia abbiamo due Ligabue, il primo vive oggi e imbraccia chitarre, il secondo è morto nel 1965 e sprigionava follia. Il primo si chiama Luciano e fa il cantante ed il regista, il secondo si chiamava Antonio ed era un artista, ad essere onesti è considerato tra i principali artisti naif italiani. Lui però italiano lo era solo di origine, nacque infatti a Zurigo e si trasferì in Italia, con più precisione a Gualtieri in Emilia Romagna, solo nel 1919, quando aveva 20 e non per sua libera scelta, ma perché fu espulso dalla Svizzera in seguito ad una forte crisi nervosa.
Quando penso a questo Ligabue la mia mente va subito ai suoi autoritratti e ricordo immediatamente la sua fama di pazzo internato più volte in svariati manicomi, non a caso era definito “el matt”, ma Antonio Ligabue era davvero un deviante? Attorno a questa domanda sembra gravitare la mostra che dal 19 gennaio al 17 febbraio sarà esposta al Museo del Presente di Rende, che per la prima volta accoglie in terra calabra le opere dell’artista naif con “la faccia da uomo primitivo”, come lo definisce uno dei presenti durante il primo giorno della mostra. E a questa domanda, durante l’inaugurazione, sembra voler rispondere Giuseppe Caleffi, che da bambino visse a stretto contatto con l’artista di cui fornisce un’immagine inedita raccontando Ligabue da una prospettiva diversa e molto umana, dalla quale non cerca di giudicarlo, ma di comprendere le sue stranezze.
Di certo l’infanzia e l’adolescenza travagliate, caratterizzate dall’assenza del padre ignoto, dalla scomparsa della madre e dei fratelli per un’intossicazione alimentare forse causata dal patrigno di Antonio, da adozioni e da svariati spostamenti, non aiutarono la sua stabilità mentale. Eppure il suo atteggiamento non era altro che espressione di un malessere interiore, come quando strofinava talmente forte le tempie ai muri da farle sanguinare perché la sua arte non era compresa, ma al contrario veniva sbeffeggiata dagli abitanti di Gualtieri.
Per rendere l’esplorazione dell’artista ancora più coinvolgente, Giuseppe Caleffi inizia a ricostruire il personaggio partendo da oggetti della sua vita quotidiana, come gli stivali che usava per andare sulla sua amata moto, i dischi di Beethoven che ascoltava mentre dipingeva o ancora un violino, che però abbandonò presto preferendo il pianoforte. Affiora immediatamente l’immagine di un uomo misero, nel senso economico del termine, che barattava emozioni e spesso ripagava con la sua arte chi gli offriva qualcosa da mangiare o un fienile in cui dormire, perché nonostante le sue poverissime condizioni Ligabue odiava elemosinare, chiedeva soltanto umana carità. La stessa carità che riservava ai bambini (kinder come li chiamava lui in tedesco) ai quali offriva volentieri la cioccolata che gli veniva spedita dalla Svizzera.

Eppure, nonostante le sue buone intenzioni, un uomo che indossava biancheria femminile non poteva esser visto che come un deviato, non di certo come uno sciamano che si spoglia delle sue vesti per cercare l’ispirazione. Era visto come un matto anche quando masticava l’argilla che usava per le sue sculture, sperando di entrare in connessione con la sua arte e anche quando, sempre per lo stesso motivo, emulava i versi degli animali che voleva dipingere.
Caleffi però non considera Ligabue un pazzo, ma un visionario che tramite i suoi oltre 160 autoritratti cercava di mostrare le sue debolezze e le sue forze, attraverso i suoi enormi occhi rivolti sempre allo spettatore che non deve essere passivo mentre guarda l’opera. Soggetti privilegiati sia dei suoi dipinti e disegni che delle sue sculture sono gli animali che, come se fosse un nuovo Esopo, utilizza per raccontare le vicende umane e che trasmettono ora amore e ora ferocia.
Nonostante le sue debolezze, Ligabue anche nel ventennio sapeva da che parte schierarsi e osteggiava apertamente il regime fascista. Alla richiesta di realizzare una scultura del Duce a cavallo la sua risposta fu emblematica, non potendosi rifiutare di realizzare l’opera infatti decise di invertire il braccio del saluto romano in segno di protesta.
Insomma, Antonio Ligabue non era altro che un genio incastrato in un piccolo borgo della prima metà del XX secolo e in una mente segnata da eventi traumatici e dimostra che “sono gli altri che lo decidono quando uno deve diventare matto”.

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