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I fantasmi di De Filippo e Giordana siamo noi

La regia di Marco Tullio Giordana ha dato una nuova enfasi ad un grande classico mantenendo intatto il senso della stesura originale

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De Filippo

«I fantasmi siamo noi; lo siamo quando non vogliamo credere che una realtà ci annienta, anzi, ci schiaccia! Ne consegue che per salvare la faccia, crediamo in tutto quello che può illudere».
Queste, le parole di Eduardo che introducono l’opera-video di “Questi fantasmi”.
Mettere in scena oggi De Filippo è sempre una grande sfida: superare le registrazioni che pesano come macigni e che congelano le sue opere senza la possibilità di tradirle.
D’altronde, lo spettacolo “Questi fantasmi” della Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, per la regia di Marco Tullio Giordana, andato in scena al Tau il 7 e 8 marzo, è rimasto fedele all’universo eduardiano.
L’impresa viene affrontata con una sorprendente naturalezza e si snoda così la storia di Pasquale Lojacono (Gianfelice Imparato) e Maria (Carolina Risi) che diventano proprietari di un appartamento di diciotto stanze, a titolo gratuito, con l’unico scopo di sfatare la diceria che lo vuole infestato dai fantasmi, e perciò inabitabile. Da qui in poi la vicenda ci viene raccontata aspettando di capire a quale verità credere, o quella a cui scegliere di credere.
Nonostante la fedeltà al testo, degni di nota sono alcuni accorgimenti messi in atto da Giordana: l’esperienza di regista cinematografico al servizio del teatro si apprezza nell’uso intelligente di musiche e luci, soprattutto nelle scene in cui si fanno evidenti le paure del protagonista Pasquale Lojacono, ma anche nell’entrata in scena della famiglia di Alfredo Mariano, l’amante di Maria, “una famiglia di fantasmi” che pare uscita dai “Sei personaggi”, tra il grottesco e l’umoristico.
Risulta fino ad ora evidente che se la regia di Giordana ha dato un’enfasi nuova, attraverso l’uso sapiente di alcuni accorgimenti, rimane altrettanto evidente l’intoccabilità della drammaturgia eduardiana. Rimane intoccabile il valore che continua a custodire nel tempo e che continua a far parte della nostra cultura, soprattutto quando risuonano ancora frasi del tipo “Questo unn’è nu cafè, è na cioccolata!”. Ma potente è anche la risonanza di quel comico-tragico e dietro ogni risata rimane il gusto amaro, in un perfetto equilibrio tra dolore e allegria, dove le gag su questi fantasmi diventano parabola dell’incomunicabilità, delle contraddizioni e delle ambiguità con se stessi e con gli altri.
Elegante e appassionata, la recitazione degli attori e delle attrici, nell’eccezione più classica del termine. La scena di Gianni Carluccio è sobria ma convincente: i due balconi che affacciano sulla platea si fanno contenitori irresistibili per le scene più intense della rappresentazione. Lì da dove il mondo guarda e ha la pretesa ingiusta di capire. Diventa facile per il pubblico sentirsi esso stesso quel Professor Sant’Anna, personaggio invisibile ma che attento e onnipresente, osserva, giudica e si fa interlocutore. La scena inoltre si trasforma atto dopo atto, al passo della storia, diventando portatore di valore rispecchiando le azioni ed emozioni dei personaggi: da un salotto ancora in attesa di mobili, a un salotto a tutti gli effetti, fino al salotto pieno di scatoloni con la scritta “fragile”.
La scena della sorella del portiere (Nicola Di Pinto), Carmela, si sviluppa in una maniera concettualmente e scenicamente differente rispetto al siparietto comico che caratterizza la scena originale: pur senza tradire il testo originario, che lascia comunque sempre tante strade aperte allo spettatore, la “pazzia” di Carmela si fa drammatica rievocazione di uno stupro. Sarà per questo che risultano stridenti le parole che il portiere rivolge a Maria, qualche scena dopo. La scena è infatti rimasta fedele all’originale ma forse di questi tempi provare a far ridere parlando di come si possa calmare il “sangue pazzo” di una donna prendendola a schiaffi, non è poi tanto divertente. Non per via di falsi moralismi o di altri -ismi, semplicemente emerge l’intuizione di una contraddizione, o meglio, l’empatia , l’identificazione con l’oggetto del riso è bandita. «Il riso cela sempre un pensiero nascosto di intesa, direi quasi di complicità, con altre persone che ridono, reali o immaginarie che siano» scriveva Bergson, ma in questo caso non mi sono sentita complice di nessuno. Nella cristallizzazione della forma umoristica di Eduardo, oggi, in questa specifica scena mi sarei aspettata un salto in più, quello stesso salto che Giordana ha fatto trasformando Maria in una donna moderna, risoluta e artefice del proprio destino, che nel finale sceglie di prendere una terza strada rispetto a quelle tracciate dal marito e dall’amante, discostandosi così dalla caratterizzazione originale del personaggio.

 

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