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La Piccola societa’ disoccupata del Teatro della cooperativa

Alienazione, disagio, illusione e sedie incastrate fra loro nello spettacolo che porta la regia di Beppe Rosso tratto dal testo di Rémi De Vos

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Piccola società disoccupata

Lo spettacolo Piccola società disoccupata del Teatro della Cooperativa di Milano, ha chiuso la stagione del More, curata da Scena Verticale.
Il testo di Rémi De Vos, autore francese, per la drammaturgia e la regia di Beppe Rosso, è un calembour di situazioni tragicomiche, il cui filo rosso è la precarietà lavorativa. Uno specchio dentro cui vediamo riflessi alienazione, disagio e illusione: «Tutto il catalogo dell’angoscia». Nell’immagine riflessa, molti, tra il pubblico in sala, non fanno fatica a riconoscersi e a farsi scappare una risata, amara forse, ma una risata, che fa riscoprire tutta la portata irreale e paradossale dei tempi che viviamo.
Karl Marx è morto e con lui la lotta sociale, non esistono più gli attori del calibro di Gian Maria Volontè e anche di Jean-Paul Sartre ne è rimasto solo un ricordo.
Cosa è rimasto? I racconti nostalgici di chi pare abbia vissuto tempi migliori.
Lo spettacolo ruota intorno a quella corsa che si allarga in centri concentrici verso una meta che pare sempre più lontana, una stabilità lavorativa per l’appunto, ma ruota anche intorno a tutte le conseguenze che intaccano il substrato sociale delle relazioni di chi è coinvolto in questa corsa.
«In periodo di crisi sopravvivono solo coloro che sanno adattarsi»: e allora si corre vestiti da Puffo o Paperina in un villaggio vacanze, si adula quel capo, «gentile come Himmler», per sopravvivere al licenziamento a catena in un’azienda.
Un’involuzione. I nuovi non-lavoratori devono adattarsi, plasmarsi, piegarsi.
In questa evoluzione al contrario ci troviamo di fronte all’Homo Oeconomicus, teso alla massimizzazione del profitto («il flusso deve essere teso!»), povero d’affetti e senza scrupoli nello sfruttamento dei nuovi schiavi che, fermi, immobili, hanno una scatolina di tranquillanti sempre in tasca, come «regolatori sociali… sotto ansiolitici non spacchi le vetrine».
Non c’è retorica in questo spettacolo. Il linguaggio è incalzante e sbaraglia ogni forma di banalità. Una narrazione che evoca scenari più che mai attuali, nelle forme più assurde e paradossali. Le scene si susseguono ad incastro, scandite da un rintocco di campana tibetana e da un tranquillante. Le sedie, ad incastro anch’esse, disegnano una scena sempre in bilico, in un equilibrio fittizio, pronte a rovinare a terra quando la situazione si fa insostenibile.

La scena finale che a prima impatto potrebbe sembrare staccata dal resto dello spettacolo, finisce per essere emblematica: le sedie ora sono tutte allineate sul palco. Siamo in una sala d’attesa, i tre attori sono seduti e sembrano insofferenti, soprattutto quando il più anziano inizia a parlare. Non c’è la possibilità di dialogo, ogni forma di comunicazione è bandita. A che cosa servono ancora le parole? Chi si prende la responsabilità di queste parole se non sono seguite da azioni? È allora che Beppe Rosso rimane da solo in scena e si abbandona ad un soliloquio triste e desolato. Dopo le risate a denti stretti riaffiora quella sensazione di essere abbandonati a stessi, travolti da quel “vento dalle finestre in una casa abbandonata”. C’è una danza macabra che mette a valore anche il proprio privato, con tutte le risorse fisiche ed emotive a disposizione del singolo, che si vede rifiutata la realizzazione di sé anche in relazione all’altro.

 

 

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