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Le Marocchinate del ’44 di Errare Persona

Damiana Leone racconta una delle storie più sconosciute e truci della Seconda Guerrra mondiale. Una storia fatta di stupri e altre violenze sulle donne

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Errare Persona

«Questo spettacolo è un atto d’amore». A fine spettacolo, Damiana Leone, regista e interprete di Ninetta e le altre. Le Marocchinate del ’44, realizzato da Errare Persona e andato in scena per la stagione del Teatro dell’Acquario, parla di questo spettacolo come di un racconto necessario: un atto d’amore, appunto, l’altro lato della medaglia di quella cruda e violenta pagina della storia italiana.
Raccontare per farne atto di memoria e pratica di coscienza.
Il teatro può essere un mezzo assai potente quando investe nella carica emotiva di un evento che conosciamo ma che non abbiamo vissuto direttamente, perpetuandolo e rendendoci così testimoni diretti.
Questo spettacolo che si fa racconto e canto, in un bellissimo dialetto ciociaro, restituisce ai nostri occhi e alle nostre orecchie quelle che sono passate alla storia come le “marocchinate”. Questa parola sembra richiamare alla mente la parola “arlecchinate”, una cosa poco seria insomma, ma tuttavia definite così «…un po’ per pietà, un po’ per vergogna, un po’ per schifo» afferma Maria, una delle protagonista dello spettacolo.
Siamo nel ’44 e in quei giorni che avrebbero dovuto essere i giorni della Liberazione, avviene uno dei più grandi stupri di massa d’Europa: donne, uomini e bambini diventano il “bottino di guerra” di quei goumiers inquadrati nel Corpo di spedizione francese in Italia.
In meno di dieci giorni, lungo la linea Gustav, si contarono circa 50.000 vittime di stupro, donne tra gli 11 e gli 85 anni, ma anche uomini e bambini. Alcune donne vennero crocifisse, lapidate e brutalizzate, gli uomini e i preti impalati e trucidati. Un quadro desolante e infernale.
Raccontare una pagina di storia di questo genere non è facile. Ma le tre donne sul palco (Damiana Leone, Anna Mingarelli e Francesca Reina) ci riescono, con una semplicità che di primo impatto potrebbe risultare banale e scontata, ma in realtà si muovono attraverso una simbologia e una pratica che fa emergere quella complessità emozionale che va a scavare in un’antropologia di gesti, movimenti e canti che finiscono col coinvolgere lo spettatore.
La scena è quasi vuota, solo qualche lenzuolo steso e tre conche piene d’acqua. Eppure questi due soli elementi scenici riescono a trasformarsi e a diventare nuovi veicoli per significati differenti. Le lenzuola sono quelle che Ninetta, Maria e Celeste vanno a lavare al fiume, in quella quotidianità che sarà presto strappata via quando quelle stesse lenzuola si trasformeranno nei corpi senza vita che le tre donne posano a terra. Ma le lenzuola diventano anche lo strumento che intona l’accompagnamento ai canti popolari delle donne. Le tre conche d’acqua invece «formano un triangolo-recinto sacro dentro il quale si muovono le donne» e che serviranno, nella scena finale, a lavare via la condanna scritta col sangue sui loro corpi ancora tremanti.
È facile che ritorni alla memoria la scena del film di Rossellini “La Ciociara”, quando Sophia Loren aiuta sua figlia a lavarsi al fiume dopo aver subito lo stupro: quel fiume che scorre e che si spera porti via tutto il sudiciume.
Lo spettacolo si sviluppa nel racconto di quel periodo di guerra, in un luogo ameno dove la vita delle tre donne scorre tra rituali mistici e arcaici: lavare i panni al fiume, lavorare la terra, scrivere lettere d’amore per chi è partito da eroe e ritornerà carne da macello, guarire le malattie con le preghiere, avere le visioni.
La scena dello stupro è concentrata solo in pochi attimi e al buio, si sentono solo le voci delle tre donne che urlano. Lo spettatore è libero di immaginare da sé la brutalità di quegli attimi e non vedere, a volte, può esser peggio di vedere.
Subito dopo troviamo Ninetta con l’otre d’acqua tra le gambe intenta a «volè togliere sto ‘sangue dalla terra». Lo stupro del corpo diventa anche lo stupro della terra: Ninetta parla con le sue compagne dicendo di voler tenere quel dolore che ora le sta crescendo in grembo, per dare nuova vita a quella terra (a quel corpo) abusata. Maria si rialza da terra, mette l’otre sulla testa e nella posa fiera della donna che conosce il male del mondo, sembra pronta a ricominciare. «Sono io la patria di Maria». Buio.

 

 

 

 

 

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