Home Teatro Se il potpourri e’ glam allora e’ il Rocky Horror

Se il potpourri e’ glam allora e’ il Rocky Horror

Il musical di Richard O'Brien in scena all'Arcimboldi di Milano con una guest star d'eccezione: Claudio Bisio

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The Rocky Horror Show

Cosa bolle nel calderone del Teatro degli Arcimboldi di Milano fino al 5 novembre? Si tratta di un mix esplosivo: travestitismo, bisessualità, scoperta del piacere e della propria sessualità, liquidità dei generi, critica al modello dominante della sessualità binaria e dell’eteronormatività In questo potpourri non sono solo i generi sessuali a mescolarsi, ma anche quelli artistici, in una combinazione mozzafiato in cui coesistono elementi classici dell’horror, del musical e del burlesque, tutto ciò reso ancora più assurdo dagli ultimi due ingredienti speciali: un pizzico di trash e una spolverata di glam-rock.
Di cosa si tratta? Del Rocky Horror Show, spettacolo teatrale di Richard O’Brien del 1973, che oggi sta facendo il giro dell’Europa grazie alla Rocky Horror Compagny Ltd e alla Bb Promotion Gmb.

La tappa milanese è arricchita da un narratore d’eccezione, Claudio Bisio. Il comico interagisce costantemente col pubblico presente in sala, permettendo al fenomeno del sing-along di rendere lo show ancora più spettacolare, se possibile.
Bisio, che conosce bene il pubblico italiano, intuisce l’imbarazzo di molti spettatori che si ritrovano a teatro a guardare uno spettacolo del genere.

I tabù sessuali si possono superare, ma quelli linguistici sono più duri a morire e uno spettacolo interamente in inglese può risultare destabilizzante (già, il Rocky Horror Show non è mai stato tradotto in italiano).

Ma oltre 40 anni dopo la sua prima messa in scena e nonostante l’inglese, cosa rende quest’opera così accattivante al punto da portare a teatro giovani, adulti e anziani, che si ritrovano a dimenarsi assieme sulle poltrone del Tam tra un pezzo e l’altro di O’Brien?

Questa è la storia di Brad e Janet, due classici ragazzotti della buona borghesia americana, o due deficienti come li definisce Claudio Bisio, che nel corso dello spettacolo verranno letteralmente spogliati dei loro abiti borghesi per ritrovarsi prima nudi e spaesati, e alla fine indossare nuovi vestiti, che simboleggiano quasi la loro evoluzione.

La vera diva dello spettacolo però è il dottor Frank-N-Furter, lo scienziato pazzo che, un po’ come Frankenstein, vuole dar vita alla sua creatura: Rocky. La creatura in questo caso dovrà essere un uomo-oggetto, esteticamente perfetto, ma stupido e privo di una volontà propria, insomma dovrà essere uguale al prototipo della “donna-bambola”.

Due mondi contrapposti, quello della moralità e quello dell’amoralità. Il primo sobrio e dai colori pastello, il secondo eccessivo e che oscilla tra colori sfavillanti e toni più cupi, ma in ogni caso ricco di lustrini. Il primo casto e pudico proprio come Brad e Janet; il secondo spregiudicato, come un “dolce travestito” in calze a rete e tacchi a spillo.

In una tempestosa notte di novembre, che la coppietta (ma anche il pubblico) ricorderà per l’eternità, questi due mondi si incontrano. Forse sarebbe più opportuno dire che sono Brad a Janet ad addentrarsi per caso in un’altra dimensione: Transexualand.

I due innamorati sono in viaggio, ma una gomma della loro auto si fora, sono senza ruota di scorta e hanno bisogno di un telefono per chiedere aiuto. Per fortuna, There is a light in the darkness, sulla strada trovano un castello.

In quella notte il paradiso sarebbe dovuto essere del dottore pazzo, invece saranno proprio Brad e Janet e scoprire il paradiso (o a cedere nel peccaminoso inferno?). In questo spettacolo, che potremmo quasi considerare una sorta di riadattamento estremamente sopra le righe dei vecchi romanzi di formazione, assistiamo alla trasformazione dei personaggi che conduce ad un finale non eterodosso, in cui non sono gli “amorali” a convertirsi ad uno stile di vita più tradizionale, al contrario sono Brad e Janet ad abbandonare la propria “normalità”, imparando a vivere con disinvoltura la propria sessualità.

La nostra coppietta felice abbandona il classico American dream e smette addirittura di sognare, Don’t dream it, be it, per iniziare ad essere ciò che desiderano. Non è più la società perbenista a determinare le loro scelte in base a ciò che si “deve fare”, ma sono i nostri protagonisti che ora possono scegliere ciò che vogliono fare, auto-determinandosi.
A rendere l’esperienza teatrale ancora più sensazionale sono gli effetti visivi e sonori, capaci di ricreare persino gli effetti dei fulmini e di dare l’impressione al pubblico di essere davvero in quel castello durante quella notte.

Calato il sipario, possiamo davvero dirlo We are all lucky per aver assistito a questo spettacolo, talmente fortunati che tra i presenti c’è chi pensa di acquistare un altro biglietto per vederlo ancora una volta.

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Francesca Pignataro
Studentessa e aspirante scribacchina. Colleziono figuracce e nel tempo libero, per evitare di impazzire, prendo lezioni di cinismo e vado a caccia di cose belle.