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Sanremo e la pelle d’oca che ci fa venire Tosca

Lei insieme a Silvia Perez Cruz hanno animato la serata delle cover dedicata ai settanta anni del Festival della canzone italiana

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Tosca e Silvia Perez Cruz a Sanremo

Quest’anno il Festival della canzone italiana di Sanremo è gremito di proposte nuove. Ventiquattro identità. Molte delle quali sposano benissimo il contesto radiofonico: orecchiabili, rimangono in testa. Hanno un ritmo studiato e forse dietro potrebbero esserci quei due produttori che si sono spartiti i partecipanti.

E poi tra questi ce ne stanno un paio che gli spartiti li hanno utilizzati per creare qualcosa di bello, ma veramente; che se ascolti la registrazione in studio ti soffermi a dire «Però! Non male» ma quando li senti cantare dal vivo ti fanno volare.

La maggioranza dei partecipanti ha una cosa in comune: la stecca. Arrivati ad un certo punto mi sono domandata se stonasse il 98% dei partecipanti oppure se c’è una distorsione di frequenze che fa sembrare un acuto una stecca superlativa. I primi dubbi sulla possibilità che fosse la prima ipotesi arrivano quando si esibisce Raphael Gualazzi con Simona Molinari nella interpretazione di E se domani dove scoppiettano le scintille d’intesa fra i due. E da amatore non possono non contestare l’undicesimo posto datogli. Meritavano molto di più.

Ma la conferma che gli studi di registrazione stanno facilitando il lavoro degli artisti impigrendoli nelle loro performance canoniche l’ho avuta nel turno di Tosca e Silvia Perez Cruz quando intonano Piazza Grande: non potrei trovare altri termini se non appoggiarmi al mio dialetto e affermare che mi si sono aggrizzate le carni. Un’armonia, un miscuglio mediterraneo di melodie, una corposità di suoni da riuscire ad assaporare colori e storie, contenuti che avvolgono quelle voci delicate, femminili che non nascondono potenza all’occorrenza. Senza strafare, senza ostentare. Una lotta che parte dal quotidiano nell’affermazione di donne, artiste, professioniste. Eccole le vere femministe di questa edizione di Sanremo.

E se ogni arista, a modo suo, ha cercato di interpretare questo Festival attraverso contestazioni, populismi, bellezza, performance visive, per «scuotere il contesto imbalsamato e (musicalmente) assai inutile quale è – da anni – Sanremo ha bisogno di essere scosso per suscitare l’interesse di tutti gli altri» la vera rivelazione di questa edizione è Tosca dove, per due serate consecutive è riuscita, in punta di piedi e delicatamente, a mettere sotto i riflettori la musica, quella musica italiana autoriale soffocata da riff e autotunonici e dalle nuove correnti italiane autoriali. Io per esempio ascoltando il brano cantato non ho potuto non ricordare Gianmaria Testa quando dice gli amanti di Roma son tanti ma quanti chissà.

Ma la vera gioia ricevuta guardando il Festival che mi ha fatto pensare che forse l’Italia non è del tutto spacciata è stata vedere che la Giuria d’orchestra del Festival di Sanremo 2020 composta da Musicisti con la emme maiuscola ha votato chi ha davvero meritato il podio. Qualche dubbio lo riservo nella scelta di Gualazzi ma si tratta pur sempre di un buon inizio.

Il pensiero si è concluso: forse non è la musica ad essere imbalsamata ma forse conta dove decidiamo di dirigere lo sguardo. Sta a noi se scegliere di guardare il dito che indica o ciò che il dito sta indicando.

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Il Cactus Verde
Spinosa come il cactus, di origini calabresi, vaga tra l'Italia e la Spagna in cerca di fortuna e si sa che la Fortuna aiuta gli audaci... che lo sia oppure no, non so dirvi, ma quello che è certo è la passione per il disegno e per le Arti in generale.