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Firenze ai tempi del Coronavirus resta in stand by

Il Coronavirus ha modificato le nostre abitudini. Firenze, grande città d'arte, ne risente. Il racconto dal futuro di chi la vive oggi

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Coronavirus Santa Maria Novella Firenze

A scuola o in università è arrivato per tutti il momento in cui parlando della storia recente, magari dal secondo dopoguerra in poi, professori e professoresse intrecciavano le loro biografie personali ai grandi fatti della storia. Abbiamo ascoltato di chi nel ’79 è scappato da casa dei genitori per andare ad occupare le università, di chi nel 1989 era a Berlino per il proprio dottorato di ricerca e ha visto cadere davanti i suoi occhi il muro che divideva il mondo o di chi nel 2001 ha rischiato le botte a Genova.
Tra un appunto e l’altro la domanda mai posta era una: come ci si sente quando le nostre storie ordinarie e del tutto personali sono travolte dalla grande storia che probabilmente finirà per essere scritta su qualche libro? Negli ultimi vent’anni la mia memoria autobiografica si è fusa più volte alla memoria collettiva, tra grandi crisi economiche e attentanti e guerre e cambiamento climatico sempre più evidente, eppure nulla ha sembrato colpire e modificare in modo così radicale quella che consideriamo la nostra quotidianità.

Tra qualche decennio mi immagino con le prime rughe sul viso a bere caffè con mia nipote e chiacchierare della gioventù andata di sua zia e alla domanda “Il 2020 che anno è stato?”, probabilmente, risponderò con un enorme sospiro. Forse allora saremo capaci di parlare con distacco del Coronavirus, avremo più certezze che dubbi su di lui e magari avremo anche un vaccino.

Il mio monologo (da vecchia) sull’inizio del 2020 lo immagino più o meno così: mi ero trasferita da qualche mese a Firenze per continuare gli studi e ricordo che, appena arrivata, detestavo tutti quei turisti. La classica maratona mattutina per non far tardi a lezione si era trasformata in una corsa ad ostacoli, dovevo fare lo slalom tra le valige di orde di turisti che dalla stazione si dirigevano vero gli hotel del centro. Poi, in fondo, li odiavo anche un po’ perché creavano file immense ovunque e ogni tanto, in preda alla disperazione, speravo sparissero. Non ero troppo seria, non li odiavo davvero ma, amore di zia, attenta a ciò che desideri perché quei desideri potrebbero avverarsi.

E nel 2020 infatti tutti quei turisti sparirono e no, non li avevano rapiti gli alieni, l’Italia però era stata invasa dalla “minaccia Coronavirus”. Eravamo il secondo paese al mondo, dopo la Cina che era il posto in cui il virus nacque, per numero di contagiati. Turismo in crisi nera, nessuno voleva venire più in Italia e gli appelli dei politici, tipo quello di Giorgia Meloni, non bastavano a calmare gli animi di chi aveva paura di essere infettato. Ricordo nitidamente una domenica, ero arrivata in tram nella zona di Santa Maria Novella e lungo i marciapiedi ero quasi del tutto sola. Nessuno attorno al Duomo e fare le foto, nessuna fila fuori dai musei o da alcuni ristoranti e tanta era la disperazione che i musei civici della città per un intero fine settimana aprirono gratuitamente per tutti i visitatori interessati.

In quei giorni chiusero le università, avremmo fatto lezione on-line (che poi, magari, tra una decina d’anni le lezioni in streaming saranno la norma) e sai che bello poter seguire quel corso di storia in pigiama o quel corso di sociologia per lo sviluppo spiaggiata sul divano? In realtà, sai che noia? Non potevamo battibeccare coi prof e neppure tra noi colleghi, un incubo. Niente biblioteche, niente aule studio, la residenza universitaria in cui vivevo era diventata la nostra roccaforte, il posto più sicuro in quel momento.
Amore di zia, sai però cosa ricordo soprattutto di quelle settimane? La paura, il caos e l’incertezza. Non tanto la paura di ammalarmi considerando che all’epoca ero giovane e senza paura e per quelli come me il virus non era poi così pericoloso, più che altro la paura che si ammalassero i tuoi nonni che ormai non erano più giovanissimi e avevano i loro acciacchi della vecchiaia. Ma anche paura che la situazione degenerasse, che gli ospedali collassassero sotto il peso di quella che ormai era diventata un’emergenza e paura per le ripercussioni futuro che il Coronavirus avrebbe avuto sull’economia, che l’Italia, anche al tempo del Coronavirus, come al solito già non se la passava benissimo. Il caos perché la scienza non è lineare, procede per prove ed errori quindi capivamo man mano come funzionava questo virus e i dati sulla sua virulenza e letalità fluttuavano. I politici di certo non miglioravano la situazione. Chi, come un certo Matteo Salvini, faceva sciacallaggio e intimava lo scioglimento del governo e la formazione di un nuovo esecutivo. Perché? E certo che questa mossa avrebbe rischiato di creare ancora più caos, ma Salvini probabilmente anteponeva la possibilità di diventare presidente del nuovo possibile governo alla salute di chi viveva in Italia. E poi c’erano le fughe di notizie e c’era chi prima ci tranquillizzava perché il Coronavirus era solo un’influenza e un po’ ci faceva preoccupare suggerendoci di usare le mascherine. Ah le mascherine. Praticamente erano diventato una sorta di status symbol, da oggetti utili per contenere il contagio e oggetto di culto. Non era importante usare la mascherina giusta e indossarla nel modo giusto, l’importante era possedere una mascherina. Mi chiedi se si correva il rischio che così la domanda superasse l’offerta? Ho una nipotina esperta di economia? Comunque si, anche quello era diventato un problema per la sanità.

L’incertezza? Certo, stavo quasi per dimenticarmene, ma con gli anni la memoria non funziona più troppo bene. Incertezza perché non sapevamo letteralmente cosa sarebbe cambiato da un giorno all’altro e quelli che a me sembravano soffrire di più erano i fuori sede. I “ci vediamo presto” si stavano trasformando in “spero di tornare a casa presto e riabbracciarti, amore mio” I viaggi cancellati ed i sogni di fughe romantiche dallo studio rimandate. Mi chiedi se avevo voglia di tornare a Cosenza? Certo che si, ma provai a rimanere razionale. Sapevamo che si poteva essere portatori del virus anche se si era asintomatici, io stavo bene ma in caso rischiavo di trasmetterlo a qualcuno o rischiavo di infettarmi durante il viaggio in treno. Poi avrei dovuto starmene in quarantena col rischio di infettare i tuoi nonni o qualcun altro e diciamolo, la sanità calabrese già era in crisi e non volevo rischiare di peggiorare la situazione. Che senso aveva se dovevo stare chiusa in camera senza vedere nessuno? Sarei stata fisicamente lì, ma comunque distante da chi amavo. Non tutti però la pensavano come me, in quei giorni ci fu una sorta di “esodo verso sud” di tutti quei fuori sede che dal nord, soprattutto dalla Lombardia che era la regione più colpita, corsero verso il sud. Una mossa sconsiderata? Abbastanza, ma si chiama paura. Gli esseri umani, soprattutto quando spaventati, non sono proprio razionali. Cerchiamo sempre di scappare da un pericolo, più o meno grande, verso un luogo che ci sembra più sicuro. Pensa ai profughi che continuano a fuggire verso l’Europa? Pensi non sia pericoloso quel viaggio? Rischi di essere incarcerato, torturato e stuprato, rischi la morte in mare e rischi di essere sfruttato quando arrivi, eppure se vivi una guerra costante o se soffri per via dei cambiamenti climatici che stravolgono la tua terra e la tua vita, che fai? Provi ad andare via, nonostante il pericolo.

I due fenomeni non possono essere paragonati? Non volevo giustificare la sconsiderata fuga a sud e tu sei saggia o dire che i migranti che affrontano il mare possono essere paragonati a chi in quel periodo si spsotava in treno o in autobus da una parte all’altra dell’Italia e sicuramente anche i pericoli da cui fuggivano erano ben diversi, amore di zia. I fuori sede avrebbero fatto bene a restare dov’erano, ma era per farti capire che quando ci si sente in pericolo o sotto assedio si cerca sempre di fuggire verso un posto che ci sembra meno pericoloso, che questo posto sia il luogo che consideriamo casa o un altro paese.
Vuoi sapere che cosa è successo dopo in Italia e nel resto d’Europa? Intendi dire se le persone si sono tranquillizzate e come la situazione si è man mano stabilizzata? Ah vuoi sapere anche se poi le persone hanno capito che la retorica del “chiudiamo le frontiere verso chi arriva” non è sempre intelligente? Il caffè è finito e tu dovresti studiare, del passato ne riparliamo un’altra volta, va bene?
Ecco, un possibile monologo da vecchia zia che ha vissuto l’isteria da Coronavirus lo immagino così.

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Francesca Pignataro
Studentessa e aspirante scribacchina. Colleziono figuracce e nel tempo libero, per evitare di impazzire, prendo lezioni di cinismo e vado a caccia di cose belle.