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A San Lorenzo Bellizzi i giornali non arrivano più

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San Lorenzo Bellizzi

Cerchiara di Calabria in provincia di Cosenza ai piedi della Catena del Pollino. Ore 9 di un giovedi mattina di fine settembre.
“Buongiorno, Avvenire e Repubblica”
“Finalmente uno che compra questo giornale oltre a don Peppino. Ne mandano tre al giorno ma gliene restituiamo sempre due!”
“E lo so, lo leggiamo in pochi. Eppure se lo leggesse qualcuno in più non sarebbe male, forse sarebbe un mondo un po’ più giusto. Per esempio questo articolo lo faccio leggere ai miei alunni oggi. È sul distastro climatico, Greta.
‘Sta ragazza è tosta e mi sta simpatica!”
“Ah ecco. L’avevo capito subito che eravate un professore. Io sono stata bidella e vi riconosco subito. Fateli leggere professo’, le fotocopie ve le faccio la metà, sicuro andate a San Lorenzo Bellizzi, lì i giornali non arrivano…”

A San Lorenzo Bellizzi, 800 metri d’altezza nel Parco Nazionale del Pollino, a qualche chilometro in linea d’aria con la Basilicata, i giornali non arrivano più da un po’. L’ultima edicola ha chiuso qualche anno fa. Qualcuno se li faceva arrivare tramite posta, adesso difficile pure che accada questo. D’altronde i giornalai si lamentano in città figuriamoci in un paese di qualche centinaio di anime avvolto nelle montagne.
A San Lorenzo Bellizzi la scuola c’è per il rotto della cuffia. Alle materne ci sono dieci bambini, alla primaria una quindicina e alle medie sono nove divisi tra seconda e terza media. Con me in classe facevamo dieci. Ignaro di finirci in assegnazione provvisoria, in genere ti devi impegnare molto per vedere il tuo nome affiancato a questo plesso nelle graduatorie. Eppure il provveditorato di Cosenza è capace anche di questi regali. E così fino a quando nelle stanze di via Romualdo Montagna non hanno trovato l’errore (loro) per due settimane (quasi) sono salito e sceso dalla montagna attraversando la Piana di Sibari e più volte l’abitudine mi ha portato a deviare per Tarsia in direzione della vecchia scuola (Rossano).
“A San Lorenzo Bellizzi finisce il mondo” e poi “vedrai, si mangia bene e gli alunni sono educati!”
Così ci arrivo come un soldato portato alla tradotta in partenza per il fronte austriaco tra senso di ingiustizia e rassegnazione.
A San Lorenzo girata l’ultima curva ti appaiono due timpe a forma di V. Quella di destra è detta di San Lorenzo, l’altra è chiamata Cassano. In mezzo si intravede il Caramolo e in fondo il Dolce Dorme e i suoi 2200 metri e più di altezza. Sotto scorre il Raganello.
Ne rimani stregato alla prima vista e lì ho capito che comunque il peggio era passato.
A San Lorenzo Bellizzi la scuola è una struttura tenuta abbastanza bene, è cablata meglio di altre sparse nelle città da nord a sud del Paese. La LIM funziona meravigliosamente e farci lezione è molto piacevole.
A San Lorenzo è usanza per i professori nuovi farsi guidare dagli alunni nelle stradine del paese. Perché venire meno alle tradizioni? Così mi lascio guidare. Ci manco da anni. I ricordi sono molto labili nella memoria. Ogni casa si trasforma in aneddoto tramandato. Una impiccagione per un amore non corrisposto in un tempo ormai perduto, le cantine chiuse, il belvedere per il primo selfie dell’anno. Il giro non prevede nessuna gridata ad andare piano e non correre. Mi portano loro e in quindici anni di insegnamento non era mai successo. Anche a latitudini a me sconosciute mi ero sempre imposto (sapendo di sbagliare) a guida di posti sconosciuti a me e conosciuti ai miei alunni. La Scuola è anche levarsi di dosso queste impalcature. Perché non farlo in questo posto così sperduto? Così ho detto:
“Guidatemi voi!”, finalmente nella fragilità del non sapere e conoscere almeno ho la possibilità di rinascere da questa apatìa in cui sono piombato dal momento delle pubblicazioni delle assegnazioni e dall’idea di dover lasciare Cosenza per granparte della settimana, per l’analisi logica in cui mi chiederete “che complemento è questo professo’!?!” c’è tempo!
Così le domande le faccio io, chiedo, mi informo e prendo nota. Scopro che il paese ha una sua vitalità. Il sindaco è passato qualche ora prima da scuola a salutare i ragazzi. È giovane ed ha disseminato pannelli fotovoltaici ovunque sui tetti delle case e delle serre. L’energia che produce viene venduta e così ha abbattuto diverse tasse. Il municipio è nel centro storico, un piccolo palazzo. Tutto è proporzionato alle dimensioni. Un gruppo di signore fa acquisti da Ahmed, un marocchino arrivato in Calabria negli anni Ottanta. “Vengo una volta a settimana da Sibari. Riempio due bustoni, la gente ha sempre bisogno di qualcosa: un cacciavite, un caricabatteria, tovaglie per casa, strofinacci. Mi vogliono tutti bene!”
Nella piazzetta la presenza di Ahmed è un’occasione per scambiare due chiacchiere tra le signore. Intanto da un forno (ce ne sono tre) una zia di un alunno esce con una teglia di pizza farcite. “Professo’, che voi siete nuovo. Mangiate questa che è con la foglia (spinaci)!” Ci sediamo e mangiamo. Sugli scalini. Con noi il medico di guardia che lavora lì da vecchia data.
Nel mentre ci avventuriamo tra i vicoli, incrociamo le maestranze di Michelangelo Frammartino regista del film “Le quattro volte”. I ragazzi sono coinvolti nel suo nuovo film come comparse, come tutti i ragazzi del paese e i loro volti rimarranno impressi sui grandi schermi del Festival del Cinema di Cannes. Una ventina di ragazzi di San Lorenzo proiettati nelle sale di mezza Europa.
Una ventina in tutto perché questi sono i ragazzi dalla prima media alla quinta superiore a San Lorenzo. Numeri che sfuggono a chi viene da una città come Cosenza.
Mi incuriosisce questa dimensione che alterna prossimità a solitudine, vicinanza ed estraneità dal mondo che sta a valle.

Così nei giorni successivi tra una lettura e un’altra di antologia, tra una pagina di grammatica e un verbo coniugato parliamo di Restanza, di cosa vuol dire restare in un posto così lontano dai centri più grossi. Ma poi mentre parliamo chiedo a me e a loro: “Ma lontani da cosa?” Sicuri che il mondo che abbiamo costruito sotto sia migliore di quello che si affaccia dietro l’ultima curva del costone della montagna? La riflessione si snoda come nel resto delle classi che ho incontrato in questi anni: c’è chi vuole andare via e chi vuole restare. A questo punto come sempre faccio, tranquillizzo tutti dicendo che gli unici a non poter desiderare un altro posto dove abitare sono i newyorkesi. Così scriveva Dos Passos in “Manhattan Transfer” agli inizi del Novecento.
“Ragà facciamocene una ragione. Per noi comuni mortali è una condanna continua il desiderio di vivere in un altro posto!”

Ore 9 del giovedì successivo. È passata solo una settimana. Cerchiara di Calabria.
“Professò, aspettate che sta arrivando don Peppino. Voleva conoscere chi è questo sconosciuto che passa e compra l’Avvenire”
Scoppio in una risata amara.
“Signo’ è l’ultima volta che salgo e compro i giornali da voi. Al provveditorato hanno scoperto solo ieri di aver sbagliato tutto ed io qui non ci mai sarei dovuto venire. Domani tornerò nella mia vecchia scuola di Rossano. Solo che ora sono io che non digerisco questa cosa. Voi siete stata bidella quarant’anni. Questi adesso rimangono senza professore di italiano e quello di matematica manco si intravede all’orizzonte. Eppure i genitori di questi dieci ragazzini le tasse le pagano però hanno un diritto all’istruzione ridotto. Per esempio stanno in dieci di tre classi diverse in una stella aula. I professori cambiano ogni anno e quando possono come me non vedono l’ora di scappare. Non so come spiegarvelo ma a me ‘sta cosa mo’ fa incazzare. Perché mi sento in colpa pure io adesso perché se non ci fossi mai venuto adesso non avrei coscienza delle difficoltà di una scuola in mezzo alle montagne. Ecco perché qui in Italia abbiamo ancora una Scuola di serie A e una di serie B. Scusate lo sfogo signo’! ”

“Don Peppì buongiorno! Ecco quello che compra L’Avvenire oltre a voi. Solo che ora ha un problema. Dovete confessarlo perché si sente in colpa. Per me quella più grave è che non comprerà più i giornali da me!”

Epilogo.
La discesa da San Lorenzo Bellizzi è catartica come se mi avessero iniettato la stessa dose di antidolorifico di qualche mese prima per curarmi la sciatica in una regione sperduta del Brasile. Mi riprenderò. L’unica impellenza è fermarmi a guardare la Piana di Sibari da un’altra visuale rispetto a quella con cui la osserverò da domani.
A Cosenza scendo dall’auto e guardo Repubblica e Avvenire poggiati sul sedile di dietro. Abbiamo letto un articolo sul campionato palestinese. La finale non si è svolta per via dell’occupazione israeliana.
Li lascio in macchina. Non ho voglia di leggerli. Non fosse altro che mi ricordano il fatto che a San Lorenzo i giornali non arrivano!
Però mi viene il sorriso perché mi riportano in mente la simpatia della giornalaia ex bidella, la sua battuta del mattino che sapeva di saggezza popolare, poi a Concetta la bidella della scuola che ho salutato per ultima prima di andare via.
“Professo’, ci riestu io. Li conosco da quando erano piccoli così. Dalla prima elementare li seguo!”
E così si avvalora la mia tesi, ovvero che saranno i bidelli a salvare il mondo!

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Andrea Bevacqua
Andrea Bevacqua insegna lettere alle scuole medie. Si appassiona a storie e racconti e ama mischiarsi tra la gente