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Torneranno i prati

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“Torneranno i prati” recitava il titolo di un film di Ermanno Olmi di qualche anno fa sulla Prima Guerra Mondiale. Noi, al tempo del Coronavirus, speriamo che torneranno gli abbracci, i sorrisi e la scuola, il centro regolatore di una società che scandice le stagioni della crescita e della vita.
Viviamo in un clima di sospensione, le strade sono vuote, le persone sono rinchiuse in casa, i programmi televisivi mandano registrazioni sterili di serie tv anni’80, i negozi e le scuole sono chiusi.
Sembra la descrizione di uno scenario surreale, degno dell’incipit di uno dei più appassionanti romanzi distopici degli ultimi dieci anni. Eppure è realtà, una verità tangibile semplicemente affacciandosi alla finestra. Dobbiamo stare a casa! Il diktat imperante che risuona dalle pagine social, dai telegiornali, dai disegni dei bambini, la parola chiave risolutrice – forse – di questo inaspettato male che ci ha travolti e stravolti, costringendoci ad un letargo forzato, mentre la natura dell’emisfero boreale comincia a mostrare i primi segni di un risveglio primaverile.
Siamo attoniti, meravigliati, annoiati e spenti. Ci manca la nostra frenetica quotidianità, lo stimolo freddo della sveglia mattutina, le colazioni fugaci, lo stress della giornata attiva e poi ci manca la scuola, quello strano contenitore di vite, di lacrime, di gioie, di frustrazioni, di angosce ci manca incredibilmente, come mai avremmo pensato.
I ragazzi, i bambini, i giovani sono disorientati, non hanno più un nemico contro cui combattere, ma sono uniti ai loro prof. in cerca di una consolazione alla solitudine a cui questo abbandono forzato li ha scaraventati. Tante volte li abbiamo visti svogliati e annoiati, pronti a barattare un’assenza con qualsiasi scusa plausibile che li sottraesse ad una mattinata scolastica. Ora no, come per miracolo, sono lì, alla ricerca continua del proprio mentore, affannati per ricevere un compito, una videolezione, un esercizio.
Nella grande diatriba sull’origine di questo virus che ha annientato le nostre abitudini, omologando le nostre esistenze e relegandole alle mura domestiche, la diversità a cui la scuola ci sottopone ogni giorno, si rivela il paracetamolo per disinfiammare le noie e l’appiattimento a cui andremmo incontro se non ci fosse. Le mattine hanno perso sapore, nessun affanno per raggiungere i cancelli in orario al rintocco della campanella con lo zaino su una spalla per essere più trendy. Non c’è più Giulia dietro il chiosco che fuma una sigaretta di nascosto per evitare che la veda la prof. di matematica, amica della mamma; mancano gli sguardi furtivi e acerrimi di Francesca e Rosa, pronti a dichiarare odio alla prof. della prima ora “che sicuramente ce l’ha con me”. A Marta non sudano più le mani quando entra il prof. di Inglese nell’attesa trepidante dell’interrogazione a cui non prende più di sei e mezzo; e non potrà più commentare con i compagni l’ingiustizia subita al cambio dell’ora. Non ci sono più i pomeriggi pieni di compiti di Federica e l’affannosa corsa al completamento per poter uscire a vedere il ragazzo che le piace. Daniele trascorre ormai i suoi pomeriggi su Netflix, non deve più rispondere agli infiniti messaggi dei compagni che invocano il suo aiuto per risolvere “quella versione difficilissima di Cicerone”. Non c’è più il sogno, l’aspettativa, l’attesa di una giornata “per vedere cosa cambierà nella mia vita”.

Ci siamo interrogati sui programmi e sul loro svolgimento, abbiamo compensato con una didattica a distanza, preoccupati delle valutazioni, dei compiti, delle verifiche, degli scrutini. Ma non abbiamo pensato che l’interruzione di un anno scolastico rompe gli equilibri – già abbastanza instabili – di una generazione di adolescenti che ricorderanno questa esperienza come lo standby delle loro emozioni. Si salutano con videochimate, stories, messaggi e chat, ma mai come in questo momento hanno compreso che il contatto umano è necessario. Questa generazione 3.0 alla quale nulla sembrava precluso, si sveglia una mattina e sente improvvisamente il dramma del contagio raccontato da Tucidide nei capitoli della peste, il quadro di morte dei versi di Lucrezio, la recrudescenza dell’umana indifferenza di Manzoni. Sentono finalmente quello che pochi mesi prima avevavo letto con una punta di snobbismo e indifferenza, nessuna lezione potrà mai equiparare quello che in soli dieci giorni questa vituperata generazione ha dovuto apprendere. E sì, è vero, perderanno tanta parte del programma di Fisica, di Matematica, di Scienze, ma avranno imparato con più rigore quello che chi li ha preceduti ha rinunciato a comprendere da tempo, perché troppo stanco e disilluso della propria vita o asservito al dio denaro.
Non avevano chiesto tutto questo, glielo abbiamo consegnato noi con i nostri errori e i nostri sperperi. Per intere ore gli abbiamo parlato dello sviluppo sostenibile, li abbiamo convinti che le generazioni precedenti avrebbero dovuto consegnare un mondo inalterato o migliore a quelle successive, ma li abbiamo ingannati, la natura stava già allentando la presa, ce ne siamo accorti e non abbiamo fatto nulla, anzi! Abbiamo continuato a cavalcare l’onda.
E allora finiamola di deriderli e di sminuirli sentendoci migliori dall’alto dei nostri anni, non lo siamo affatto! Quando tutto questo sarà finito, cederò la cattedra, mi siederò tra i banchi e chiederò loro di raccontarmi l’adolescenza al tempo del Coronavirus, chiederò loro quanta forza ci vuole per rinunciare ai propri sogni, quanta forza ci vuole per essere uomini. Sapranno certamente far meglio di chi li ha preceduti e scriveranno le nuove pagine del volume di Geografia aggiungendo un paragrafo al capitolo sullo sviluppo sostenibile: “torneremo ad essere uomini”.

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Teresa Francesca Magarò
Teresa Francesca Magarò insegna Italiano, Latino e Greco, ama il suo lavoro, le relazioni e le persone. Affetta da una strana forma di filantropia, si dedica a tutte le attività umane con trasporto e dedizione. Adora leggere, scrivere e viaggiare.