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Tutte le parole conosciute da Andrea Vianello

Il libro del giornalista Vianello impone una riflessione sull'età, sulla salute e sull'empatia visto che racconta l'ictus dello scrittore

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vianello chiappetta

Non posso definirmi un fan in senso stretto di Andrea Vianello. Lo conosco di fama, certo, per i programmi che ha ideato e condotto, ne riconosco garbo e professionalità, ma diciamo che non rientra tra i totem ideali della mia professione, mettiamola così, senza far torto a nessuno, men che meno a lui.
Quando però l’ho visto presentare questo libro in tv, il richiamo è stato fortissimo. Dovevo leggerlo, questo libro. E non perchè sentissi il bisogno di sapere chissà cosa su una malattia terribile come l’ictus. Di casi, ognuno di noi, ne conosce tantissimi e qualcuno io l’ho pure toccato con mano, nel senso che ha colpito persone a me anche molto vicine.

Nel caso di Vianello, però, sentivo che c’era qualcosa di più, un qualcosa che mi riguardasse, che mi chiamasse in prima persona. Un’attrazione. Dettata da cosa? Non lo so, provo a mettere insieme un po’ di motivi. Dal comune mestiere? Forse, anche se esercitato su sponde lontanissime. Da quel richiamo alle parole perdute? Anche. Sono le parole a riempire le sue giornate, come le mie, e non da oggi. Da una certa vicinanza anagrafica? Non lo so, non mi pare immediata: al momento della malattia lui aveva 58 anni, io vedo avvicinarsi la fatidica soglia dei 50 ma mi illudo di essere ancora a una certa distanza di sicurezza. Tutte queste cose insieme, allora, e forse nessuna in particolare di esse. E ce n’è un’altra: proprio l’età dovrebbe darmi la sicurezza che quello che succede agli altri non è mai un caso isolato. Del resto noi stessi quando ci raccontiamo di malattie capitate ad amici o a conoscenti chiediamo spesso il perché e il per come, spinti come siamo, da preoccupazione sincera, sì, ma anche dalla necessità di verificare se, per caso, stiamo percorrendo la stessa strada del povero sventurato in questione.

E l’età, la mia pressione ballerina, i chili di troppo che da qualche anno mi porto addosso, forse fanno di me quello che si dice un soggetto a rischio. Un giornalista, per di più.
Insomma, per farla breve, questo libro dovevo leggerlo, e l’ho letto, dopo averlo comprato su Amazon appena appena qualche giorno prima che scoppiasse l’emergenza. Non ne sono affatto pentito.

Un giornalista senza parole. E che ci rimane? La mano destra, che diventa un orpello inutile, è il male minore. Il problema sono le parole. Che nella testa sembrano formarsi ma farle uscire è un guaio. Scriverle, poi, è una tragedia. Mi viene in mente il pueta ca nun sape cantà di una bella poesia di Eduardo. Con una riflessione amara, quella di pagina 72: Per la sanità giustamente è più cruciale rimetterci in piedi per farci tornare a casa che aggiustarci la favella: cittadini muti, ma funzionali.

Inizio a giocare con la fantasia, a immedesimarmi: a me che rimarrebbe? A me, che ho adorato Franco Monaco. A me, che adoro i doppiatori. A me, che ho adorato lavorare in radio e in tv. A me, che le poesie sono bellissime solo se sapute dire. A me, che Riccardo Trevisani è il mio telecronista preferito. A me, che fare le radiocronache e le telecronache è una delle cose più belle che mi sia mai capitata e che le farei pure per TeleRoccaCannuccia. A me, che quando mi dicono hai una bella voce (lo ammetto, due o tre volte è stranamente capitato) inconsapevolmente mi fanno il più bel complimento che io possa ricevere. A me, che quando compro un computer nuovo la prima cosa è sentire che rumore fanno i tasti, perchè adoro sentire il rumore della tastiera mentre si scrive, e con la tastiera ci scrivo parole, e questo tak tak tak di questo momento è vita, e lo sento da quando, ragazzino, mi intrufolavo nell’ufficio di mio padre e su una macchina da scrivere gigantesca passavo il tempo scrivendo nomi di calciatori, squadre di calciatori, rose di calciatori, eserciti di calciatori.

vianello andrea
Il giornalista Andrea Vianello

Mi accorgo che non è un gioco: è una riflessione necessaria. La prova è fermarsi su una pagina qualsiasi di questo libro e provare per un attimo a scambiarsi i ruoli, immaginarsi Vianello per qualche secondo e ipotizzare le reazioni a quanto succede. Gli occhi si bagnano. Meglio ristabilire i ruoli, io faccio il giornalista lettore e tu fai il giornalista colpito da ictus e che adesso mi sta raccontando quei giorni difficili. Altrimenti la lettura rischia di interrompersi e poi non vale. Che già sono giorni difficili questi qua, che dovrebbero insegnarci qualcosa: leggere un libro così allarga ed appesantisce la lezione e forse tutto insieme non si reggerebbe.
Il libro è scritto in prima persona. La prima parte, che racconta la malattia, l’operazione, il ricovero, è una smitragliata. Un’onda che travolge. Il ritmo è pazzesco. Questo lo rende avvincente.

Nella seconda parte, quando dall’ospedale si passa alla clinica per la riabilitazione, il ritmo rallenta, diventa meno frenetico, come se il “nuovo” Andrea andasse alla scoperta di se stesso con circospezione, adagio, lentamente, a tentativi. C’è un secondo ricovero, c’è un ritorno della paura proprio quando tutto sembrava che stesse andando per il meglio. Un uomo solo davanti alla paura di morire. E’ la parte più commovente, gli occhi si bagnano di nuovo. Un libro che parla di uomini, della loro fragilità. Che parla del loro ruolo nelle vite degli altri. Ci sono amici, genitori, figli, mariti, mogli, medici, infermieri. Personaggi che entrano e che escono da pagine che si chiudono con una frase che il papà di Andrea Vianello gli dice al telefono: Mi raccomando, domani scrivi. E’ importante. Devi scrivere. E lui scrive. Papà Vianello, però, questo libro non lo leggerà mai. Perchè le parole evidentemente ce la fanno a tornare al loro posto, evviva. Certi vuoti, però, non si riempiono mai. Questa però è tutta un’altra storia.

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Alessandro Chiappetta
Alessandro Chiappetta è nato a Cosenza nel 1973. Giornalista professionista, è redattore del Quotidiano del Sud dopo aver collaborato con diverse emittenti televisive e radiofoniche. Laureato in Lingue Straniere con una tesi sulla comunicazione pubblica, è fondatore e presidente della compagnia teatrale Quinta Scenica con la quale mette in scena spettacoli della tradizione popolare cosentina e testi della tradizione teatrale italiana ed europea. Finalista dei premi letterari "Volo rapido" (2009) e "Oceano di carta" (2017), è autore del romanzo "Il Migliore" pubblicato da Klipper nel 2005