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Uomini sapiens e uomini sensorum in Sense8

I sensati di Sense8 possono connettersi mentalmente da qualsiasi parte del globo e visitarsi l’un l’altro come se fossero fisicamente presenti. E noi?

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Qual è l’onomatopea perfetta per descrive il rumore di un treno che sfreccia sulle rotaie? Proprio quel rumore accompagna la nottata insonne che pone fine all’ennesima giornata di quarantena. Per il resto è silenzio: nessun movimento dal corridoio, nessun vociare fuori dalla finestra, neppure i cani che abbaiano o il cellulare che freme all’arrivo di un nuovo messaggio. Nel vuoto di questo silenzio e di un letto fin troppo grande si sperimenta a pieno il senso di “solitudine” delle ultime settimane e la mente vola ad una serie tv Netflix pubblicata tra il 2015 ed il 2018: Sense8.

Niente scenari apocalittici o distopie, ma soprattutto nessuno spoiler. Sense8 parla di otto persone, uomini e donne che vivono esistenze profondamente diverse in otto diversi Stati. Otto mondi che aprono una finestra su realtà quotidiane e culture distanti tra loro: dal commercio di medicinali contraffatti per combattere l’Aids e dai giochi di potere e soprusi di Nairobi, al dolore di una giovane blogger e hacker transessuale di San Francisco per il rifiuto del suo orientamento di genere da parte dei genitori che la considerano ”malata”; da chi nel frastuono di una vita fuori controllo trova rifugio a Stoccolma nell’amore di un padre, a chi nel cuore di Seul vive da sempre il dramma di esser disprezzata dal padre per la sola colpa di esser nata donna; da un poliziotto che si muove tra le gang di Chicago, a uno scassinatore nato dalla peggiore delle violenze e che corre in una Berlino macchiata di sangue; da un attore di Città del Messico che vive in segreto la propria omosessualità per paura che questa possa distruggere la sua carriera, ai conflitti interni di una chimica farmaceutica di Mumbai davanti a diversi bivi e alla domanda devo scegliere per forza?

Cosa possono avere in comune queste persone presenti in Sense8? Sono venute tutte al mondo e i loro polmoni si sono gonfiati d’ossigeno per la prima volta all’unisono, sono quindi parte di una stessa cerchia. Cerchia di cosa? Di sensate o, per sembrare più scientifici, di homo sensorium.
Mentre gli scienziati continuano a lavorare per ricostruire la storia evolutiva della specie homo, le registe Lana e Lilly Wachowski hanno fantasticato sull’esistenza di una variante evolutiva ai sapiens: i sensate. Questi si distinguerebbero per una mutazione genetica grazie alla quale sono emotivamente e mentalmente connessi ai membri della propria cerchia, nonostante i chilometri che li dividano fisicamente. Sono in grado di comunicare tra loro, di vedere e sentire ciò che vedono e sentono gli altri e possono scambiarsi conoscenze e abilità sia fisiche che mentali. I sensati di Sense8 possono connettersi mentalmente da qualsiasi parte del globo e visitarsi l’un l’altro come se fossero fisicamente presenti.

Puoi essere in quarantena, rinchiuso nei tuoi pochi metri quadrati, ma ti basterebbe “connetterti” alla tua cerchia per ritrovarti nel bel mezzo di una foresta o catapultato chissà dove e sentirti un po’ meno recluso. Ma noi abbiamo Internet ed i social network che sopperiscono alla mancanza di questa mutazione genetica permettendoci di essere sempre connessi, giusto? Non lo so. È possibile raggiungere le frequenze emotive degli altri attraverso uno smartphone? È possibile essere emotivamente connessi con centinaia di contatti su delle piattaforme che spesso non sono altro che vetrine in cui cerchiamo di regalare l’immagine di noi che crediamo migliore? L’iperconnessione è un mito che in realtà ci conduce verso un maggiore isolamento? La risposta, come sempre, è una: non lo so.

Essere connessi con decine e decine di contatti, verosimilmente, richiederebbe un lavoro e dei costi emozionali non indifferenti. Potremmo continuare a vivere se empatizzassimo con tutte le persone che appaiono sulle nostre bacheche? Un conto è avere delle interazioni, un conto è essere connessi. Forse anche noi sapiens, proprio come i sensorium, siamo profondamente connessi solo con la nostra “cerchia”, un ristretto numero di persone con le quali abbiamo magari condiviso dei momenti particolarmente significativi e alle quali ci sentiamo vicine a prescindere dalla lontananza. Sarebbe la qualità della connessione a rendere le persone della nostra stessa cerchia “diverse” dalle altre, sarebbe l’intensità e la profondità della condivisione emotiva e mentale a fare la differenza.

È la consapevolezza che ci senta e ci sia. Sentire l’altro e sperimentarne le emozioni, anche quelle più intense e più cupe, è però una scelta e in momenti di massima tensione con chi siamo disposti a condividere il nostro carico emotivo e il carico emotivo di chi accogliamo volentieri? Mentre siamo tutti distanti e aspettiamo il momento di riabbracciare qualcuno, siamo soli oppure no?

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Francesca Pignataro
Studentessa e aspirante scribacchina. Colleziono figuracce e nel tempo libero, per evitare di impazzire, prendo lezioni di cinismo e vado a caccia di cose belle.