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Dal Pollino l’EtnoSound e i sogni di Carmine Mazzotta

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Carmine Mazzotta

Quattro chiacchiere con il giovane cantautore calabrese Carmine Mazzotta. Abbiamo parlato della sua musica popolare, del bisogno di sognare, dell’importanza delle origini e altre curiosità.

Ciao Carmine Mazzotta, per prima cosa ci piacerebbe sapere qualcosa su di te e su come è nata la tua passione per la musica.

Vivo in una piccola cittadina ai piedi del Pollino, Castrovillari, ricca di cultura e tradizioni popolari. C’è un aneddoto particolare che fa capire un po’ la mia propensione alla musica: imparai a suonare la chitarra grazie ad un mio caro amico che la suonava fin da piccolo, io non possedevo chitarre all’epoca e di conseguenza imparai sulle sue corde. Saturo della situazione, chiesi a mio padre di comprarmene una, ma più per una questione di distrazione che per una questione economica decise che non era ancora il momento di acquistarla. Lì il lampo di genio! Davo ripetizioni di arte ad un amico già da diverso tempo e doveva dar via il tanto desiderato strumento (ormai per lui vecchio e passato), decisi che era quello il momento per farmi ripagare di tutte le lezioni. Simpatico da dire ma mi sono guadagnato la mia prima chitarra classica grazie all’arte! Ricordo ancora fosse una Florencia. Ascoltavo molti generi di musica che si univano già al mio unico pensiero di libertà, dal pop al rock, dal punk al blues. Cantavo già fin da bambino e ho alcuni reperti storici a dimostrarlo (roba leggera, che sia chiaro!). Quindi adesso avevo tutto, una chitarra e la voce per cantare, mi dedicai totalmente alla musica e allo studio. Continuai a crescere e pian piano e le canzoni fra amici divennero vere e proprie serate nei locali. Sono abbastanza soddisfatto del percorso che sto attraversando, ho suonato e cantato con diversi musicisti locali e non, partecipato a opere teatrali e aperto concerti importanti. studio tutt’ora al conservatorio e mi piace definirmi, come direbbe Stephen Lang in “A good marriage” di Stephen King, “Doppio, come le due facce di un penny”.

carmine mazzotta 1
Castrum in quartet

Ti occupi anche di musica popolare con il progetto CastrumSound. Ti va di dirci qualcosa a riguardo?

Si, il gruppo Castrum nasce soprattutto come espressione dei canti Castrovillaresi in chiave moderna, con incursioni di musica orientale grazie ai ritmi arabeggianti. Ovviamente lo spettacolo vuole che tu riporti anche ciò che è stato creato quindi cover di Eugenio Bennato o Mimmo Cavallaro, il che non ci dispiace. La band è in attivo da oltre cinque anni e vanta numerosi concerti in tutto il sud Italia e oltre. Abbiamo avuto diverse mutazioni durante questi anni per arrivare al prodotto completo. Quattro persone, libertà di movimento e capacità di sfumature che prima era banalizzate. I concetti vanno chiariti non esasperati

Quanto sono importanti per le radici con la terra di origine per Carmine Mazzotta?

Abbiamo la necessità di conoscere le nostre radici, è un passo che prima o poi tutti noi dobbiamo fare, una sfida a cui ognuno di noi sarà sottoposto, quindi meglio prima che poi. Metabolizzare i ritmi e le sonorità della propria terra è importante proprio per capire di cosa siamo fatti, è un viaggio all’interno di noi stessi, tutti i più grandi lo hanno fatto. Chi cantava blues in principio lo ha fatto perché lo sentiva dentro, perché era la sua tradizione. Mi reputo fortunato a vivere in una terra che offre la sua ricchezza basata sulla popolarità delle tradizioni. Il concetto di tradizione era già chiaro quando non c’era nient’altro che un organetto, una zampogna e mezzo litro di vino a farci compagnia.

Nel tuo brano Garage canti: “Lasciateci sognare [..]”. Si tratta di un messaggio verso coloro che non credono che si possa vivere di emozioni?

In realtà è più un grido d’aiuto, a far capire a chi ci limita nell’amore che non sempre la materialità delle cose ci riporta ad una visione positiva della vita. C’è bisogno di piccole cose, di dettagli…guardarsi allo specchio e vedere come il petto si alza e si abbassa a ritmo del cuore. Delle minuzie, certo, ma in quei pochi secondi hai capito come funziona il tuo corpo. È così per tutto. Le emozioni fanno parte della nostra vita e come tale dobbiamo abbracciarle e condividerle. Chi ha paura di mostrare le proprie emozioni non vive serenamente, vive nella paura di essere giudicato. Non mostri realmente chi sei e di conseguenza smetterai di esserlo, sarai uno sconosciuto a te stesso.

Come nasce questo brano? Il garage di cui parli è il tuo “rifugio emotivo”?

Il brano nasce realmente in un garage (ride). Nasce dall’idea di rappresentare al meglio ciò che stavo vivendo in quel preciso istante, il volere accanto una persona ma non con un rapporto limitato e senza libertà per forza di cose. Il brano è più uno sfogo alla libertà e alla voglia di vivere un amore difficile. Materialmente diciamo che è così, il “garage” è il mio spazio dedicato alla creazione, la mia comfort zone, dove mi sento al sicuro lontano dalle tentazioni esterne che limitano la scrittura. Lì dove creo e distruggo quando qualcosa non va.

Quali sono le influenze principali nella tua musica?

Sono abbastanza influenzato dalla musica punk/rock soprattutto perché sono stato un militante attivo per diversi anni di una band di Classic rock dolescenziale. Lo sento tutt’ora nelle mie canzoni, a volte ci sono delle parti urlate proprio per il desiderio di esprimere al meglio quel concetto. Si sa la calma è la virtù dei forti, ma a volte aggiungere una parte più “urlata” può rendere i miei brani più incisivi, piuttosto che cantare esclusivamente in modo tranquillo e pacato. Poi, chiaramente, la mia maggiore fonte di influenza è la musica popolare, riprendendo un po’ i canti antichi e quel pizzico di genuinità che contraddistingue un testo complesso da un testo semplice e diretto. Preferisco fare musica con parole alla portata di tutti e con un linguaggio basilare.
La musica pop ha segnato parecchio il mio cammino e non ti nego che vado di pari passo agli artisti emergenti.

L’altro tuo singolo Farfalla ricorda i corteggiamenti giovanili e quegli amori timidi. Quanto è importante l’amore, declinato in ogni sua forma, per la persona Carmine? e per l’artista Carmine?

L’amore è la più grande forma d’arte. Parlando per la persona che sono ti dico che senza amore non sarei andato da nessuna parte, ho sempre bisogno di trovare un’appoggio dalle persone che amo. Sono una persona molto insicura di mio, ho sempre bisogno che qualcuno mi dia man forte sulle scelte che faccio e avere delle persone per cui provi affetto che ti dicono “Carmine questa non va bene” oppure “potresti farla diversamente” è fondamentale. Dai del bene e ricevi del bene, questo è ciò che penso.
Nelle mie canzoni ne parlo spesso perché è l’amore che smuove il mondo, in qualunque forma esso sia, sarebbe bello avere un mondo senza cattiveria e malvagità, ma ci limitiamo ad immaginarlo, così la vita ci sembrerà meno difficile no?

Cosa ti stimola maggiormente nel continuare a fare musica?

Per me la musica è la maggiore fonte di sfogo, se non riesco ad esprimere un concetto allora ci scrivo una canzone. Mi piace condividere con gli altri ciò che faccio, sono una persona molto intraprendente, mi piace leggere, guardare film ma allo stesso tempo fare serate che finiscono all’alba. Preferisco, a volte, cantarla un’emozione più che spiegarla. Mi piace ascoltare un sacco le storie altrui, farle mie e poi scriverci su un testo. La condivisione di emozioni non è uguale per tutti quindi ciò che scrivo può arrivare a te in un modo come a qualcun altro diversamente, è tutto basato sulla sensibilità di ognuno di noi.
Non si finisce mai di imparare, per questo quando conosco una persona dalla storia affascinante prendo appunti nella mia testa e ciò di cui mi ha parlato lo sento mio, sento come se facesse già parte di me. Per ultimo i sorrisi della gente, regalare un po’ di spensieratezza in un mondo che va veloce, un momento di stallo in una vita frenetica, è la cosa penso su cui si basino tutti gli artisti.

I singoli solitamente preannunciano l’uscita di un album. Quali sono i tuoi progetti futuri?

Per il momento il mio futuro è scrivere canzoni che si avvicinino il più possibile alla gente. Non ho grandi progetti per il momento, solo tanto studio e pratica. Una cosa fondamentale nella vita di un musicista è il contatto con le persone, cantare in mezzo alla folla e far si che qualcuno ti ascolti. Stiamo incidendo altri brani grazie ad uno studio indipendente, sicuramente l’uscita di un nuovo singolo a breve sarà la cosa più sicura che posso dirti accadrà. Per il resto mi affido al destino e alla mia voglia di fare.

Ci piacerebbe sapere la tua Top 3 di sempre della musica italiana e perchè proprio loro.

Partiamo con “Via del Campo” di Fabrizio De Andrè, la canto da tanti anni e ogni volta è come se fosse la prima, un miscuglio di emozioni pervadono il mio corpo. Mi ha iniziato a quella che si sarebbe poi rivelata la vita, da ragazzino.
“La locomotiva” di Guccini, mi avrebbe fatto capire poi il mio pensiero politico, questo brano che racconta e cresce, cresce fino ad esplodere. Come ultima ma non per importanza, “Pizzica minore” di Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato, un brano dei fine anni 70 che dimostra che anche con pochi strumenti e pulizia del suono si possono creare capolavori, era solo l’inizio della musica popolare in Italia.

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Pierpaolo Manfredi
Pierpaolo Manfredi, diplomatosi presso il Liceo Classico "Giuseppe Garibaldi" di Castrovillari, e attualmente studente universitario, ha da sempre raccolto stimoli intellettuali dai vari settori della società traducendoli in scritti di varia natura. Negli anni del Liceo ha contribuito con diversi articoli sul giornale scolastico ed ha avuto esperienze con La Repubblica on-line grazie al progetto di alternanza scuola-lavoro. Attualmente collabora con diverse riviste culturali italiane, tra cui Il filo rosso, con sede a Cosenza, e L'isola che non c'era, con sede a Milano. Oltre che in italiano, parla e scrive correntemente in inglese e francese.