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Houellebecq vede un mondo peggiore post Coronavirus

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Houellebecq

Il controverso scrittore francese, Michelle Houellebecq, si pronuncia (finalmente) sul Coronavirus definendolo un virus banale, apparentato in modo poco prestigioso a oscuri virus influenzali, dalle possibilità di sopravvivenza poco note e caratteristiche confuse, a volte benigno a volte mortale, neanche trasmissibile per via sessuale: insomma, un virus senza qualità.

Tuttavia, mentre i suoi stimabili colleghi, tra cui Frédéric Beigbeder, si sono soffermati nell’analisi del confinamento, lo scrittore di Sottomissione si è “limitato” ad apporre commenti profondi alle testimonianze dei suoi pari ruolo.

Frédéric Beigbeder aveva sostenuto che il confinamento, indossati gli occhiali da scrittore, non ha modificato i ritmi e le abitudini degli scrittori, che in ogni caso vivono da eremiti con le loro letture. In questo caso Houellebecq si appella, seppur dichiarando la sua non-simpatia nei confronti del filosofo ribelle, al modus operandi che utilizzava Nietzsche per concepire le sue teorie: camminando, o meglio, marciando a ritmo sostenuto così che le nuove idee vengano a galla dall’interno.

Continua nei commenti citando Catherine Millet, che ha fatto notare a Houellebecq il limpido collegamento che intercorre tra il confinamento e uno stesso libro di Houellebecq, La possibilità di un’isola.

Qualcosa di abbastanza mesto. Individui che vivono isolati nei loro cubicoli, senza contatto fisico con i loro simili, giusto qualche scambio via computer, via via meno frequente.

Altro commento è rivolto, invece, a Emmanuel Carrère, che si chiede se nasceranno libri interessanti ispirati da questo periodo.

A questo dubbio Houellebecq risponde con un secco no, ritenendo che non crede a slogan del tipo nulla sarà più come prima.

Al contrario, Houellebecq ritiene lo svolgimento dell’epidemia che stiamo affrontando sia del tutto normale. Si protrae nel commentare sostenendo che l’Occidente non sarà per diritto divino, o per l’eternità, la zona del mondo più ricca o sviluppata.

Fin qui, come dargli torto. Continua, poi, asserendo che il coronavirus dovrebbe accelerare certi mutamenti in corso, e porta l’esempio dell’evoluzione tecnologica, la quale negli ultimi anni ha condotto alla diminuzione drastica del contatto umano.

L’epidemia di Coronavirus offre una magnifica ragion d’essere a questa tendenza di fondo: una certa obsolescenza che sembra colpire le relazioni umane. Il car-pooling, la condivisione delle case: abbiamo le utopie che meritiamo, ma lasciamo perdere. Sarebbe altrettanto falso affermare che abbiamo riscoperto il tragico, la morte, la finitezza, etc.

L’ultimo riferimento è a Philippe Airès, che descrive la tendenza umana del dissimulare la morte, ora che questa non ha testimonianza, perché i morti sono dati statistici dei decessi quotidiani e l’angoscia che si diffonde nella popolazione a mano a mano che il totale aumenta ha qualcosa di stranamente astratto.

Infine Houellebecq riflette sulle decisioni che effettuano una scelta tra chi merita cure e chi no: in ogni caso mai prima d’ora avevamo espresso con una sfrontatezza così tranquilla il fatto che la vita di tutti non ha lo stesso valore; che a partire da una certa età è un po’ come se si fosse già morti(?).

Il mondo che verrà, dopo il confinamento, sarà lo stesso, un po’ peggio.

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Pierpaolo Manfredi
Pierpaolo Manfredi, diplomatosi presso il Liceo Classico "Giuseppe Garibaldi" di Castrovillari, e attualmente studente universitario, ha da sempre raccolto stimoli intellettuali dai vari settori della società traducendoli in scritti di varia natura. Negli anni del Liceo ha contribuito con diversi articoli sul giornale scolastico ed ha avuto esperienze con La Repubblica on-line grazie al progetto di alternanza scuola-lavoro. Attualmente collabora con diverse riviste culturali italiane, tra cui Il filo rosso, con sede a Cosenza, e L'isola che non c'era, con sede a Milano. Oltre che in italiano, parla e scrive correntemente in inglese e francese.