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Silvia a Babele

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silvia romano

La parola scandalo significa letteralmente “pietra d’inciampo”, quell’esperienza di caduta, che ti costringe a fermarti e a prendere in considerazione cose a cui non eri preparato o in alternativa, a parlare la lingua della chiusura, del rifiuto, dell’odio.
Di fatto c’è qualcosa che esula da quello che ci aspettavamo.

Silvia è libera ma porta un velo.

È finalmente libera, ma si fa chiamare Aisha.
Sapete che l’etimologia di questo nome significa Viva, Vivente?
Le parole riescono ad essere spesso scrigni profondi.

Perché mentre noi continuavamo le nostre vite, dall’altra parte il tempo scorreva diventando mesi, e lei privata della sua liberta, venduta e lontana dalla sua famiglia decideva ogni giorno di rimanere in vita, di non soccombere.
Come – Non ce lo ha ancora potuto raccontare.

La storia per grandi linee è così: una ragazza e i suoi sogni traditi fanno ritorno, portando con sé delle ferite, alcune nascoste sotto un lungo velo.

Lei torna e non ci recrimina nulla, ci sorride invece e ci dice di essere stata forte, dovremmo saper essere orgogliosi di questa piccola donna che ha creduto in Noi, che non ha smesso di sperare.

Ma quella pietra d’inciampo proprio no non gliela perdoniamo.
Non c’è bisogno di farsi domande per vedere quel velo che la ammanta tutta.

Non eravamo pronti a questo, eppure Silvia cammina leggera sotto quel velo ed è di nuovo a casa.

E questo dovrebbe bastarci. Eppure non basta e così tante parole prendono a correre e a sovrapporsi una sopra l’altra, pesanti come mattoni, che davvero bisogna far presto ad arrivare su, a comprendere, a toccarlo quel cielo distante.

A Babele si parlava una sola lingua e quando gli uomini decisero di fermarsi e di costruire lì la loro città, innalzarono un’altissima torre spingendosi ogni giorno sempre più su, col fine di raggiungere il cielo e Dio.

Nonostante l’altezza vertiginosa, Dio dovette scendere sulla terra per vederla coi suoi occhi. Un paradosso e non ne fu affatto felice perché i cieli sfiorati non avevano nulla a che fare con lui e così, con una manata divina, confuse ogni cosa, disperse i popoli ovunque sulla terra e da quel momento si parlarono una molteplicità di lingue.

Quello che sembrò un castigo non fu altro che una Liberazione. Si, perché si celebrava la ricchezza della varietà e non di certo la degenerazione delle divisioni razziali, culturali o religiose.

Quell’unica lingua che vuole tutti uguali, compressi nelle nostre definizioni, non ci elevava affatto, ci esclude anzi da qualcosa di più grande.

A nessuno è permesso di distruggere la luce dell’umanità, del particolare di una storia da comprendere o forse solo da ascoltare.

Si, perché Silvia è tornata e la torre di parole non la raggiunge, anche se quell’unica lingua di odio si impone e si solleva, non arriva a toccare il suo cielo.

Lei e la sua Verità stanno più in alto.

Claudia Ammendola

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