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Italia 90, trent’anni dalle Notti magiche (inseguendo un gol)

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italia 90 schillaci

Otto giugno 1990, pomeriggio inoltrato in una Milano capitale d’Italia e del Mondo intero.

Lo sfarzo delle tangenti e degli appalti nel loro ultimo sussulto prima di tangentopoli, il dinamismo rampante ben descritto dai fratelli Vanzina e dalla pubblicità dell’Amaro Ramazzotti con la musica dei Weather Report e quello slogan accattivante “Milano da bere” si manifestano in tutto il loro splendore nello Stadio Meazza durante la cerimonia di inaugurazione di Italia ’90.

Sembra la scena di un film di Sorrentino, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato intonano quello che per una generazione resterà un inno di speranza e voglia d’Estate sulla pelle, di abbracci e speranze mischiati ad occhi sgranati. Le modelle e i modelli vestono creazioni di Valentino, Missoni e Ferrè.

Ci siamo, si inizia. Il campionato del Mondo di Calcio torna in Italia.

Mancava dal 1934, dal fascismo all’Italia repubblicana il salto è breve. In mezzo ci sono il boom economico, il Sessantotto, le stragi di Stato, Italia-Germania 4-3, il rapimento di Aldo Moro, l’esultanza di Pertini, i record di Pietro Mennea e Francesco Moser. A questi si aggiungono cumuli di corruzione e tangenti, malapolitica, affari e appalti. Sui cantieri sparsi in tutta Italia per rendere le città e gli stadi più avveniristici per il grande evento muoiono una decina di operai. Gli autonomi e gli antagonisti da Nord a Sud fanno circolare scritte e adesivi recanti la scritta Micidiali ’90.

La benevola mascotte Ciao che campeggia in ogni angolo di strada diventa una raffigurazione maligna, gronda di sangue, calpesta i diritti. A Cosenza compare qualche scritta sui muri, degli adesivi anche. A tentare di fare massa critica per denunciare la mancanza di sicurezza sul lavoro nei cantieri del Mondiale sono gli attivisti del Gramna che qualche mese prima hanno occupato il Cinema Italia dando vita al primo centro sociale della città.

The show must go on. E così le televisioni hanno un’unica voce: Bruno Pizzul, è lui il vero re incontrastato dei telecronisti nostrani. Quel gentiluomo del microfono e della cuffia spera nella stessa sorte toccata a Nando Martellini otto anni prima.

Sogna e ripete nella sua mente la frase “Campioni del Mondo” ma contemporaneamente cerca per scaramanzia di non pensarci. Resterà il suo più grande cruccio in una carriera di tutto rispetto. Quando l’Italia vince il Campionato del Mondo nel 2006, Pizzul è già andato bellamente in pensione e Caressa dai microfoni di Sky vincerà nettamente il confronto con il tono troppo istituzionale di Marco Civoli.

La prima partita è un classico dei mondiali. Prendi la squadra vincitrice dell’edizione precedente e falla incontrare con quella più scadente del girone. Maradona e tutti gli argentini hanno la convinzione di potersi ripetersi dopo Mexico86.

Eppure quel giorno si trovano davanti dei giganti e non solo in quel pomeriggio. In finale ci arrivano a stento e con una buona dose di fortuna. A noi gli argentini non stanno simpaticissimi. Penso che sotto sotto ci stiano antipatici perché quella terra desolata dall’altra parte dell’Oceano ci ha strappato dagli inizi del secolo tanti connazionali.

Famiglie e comunità intere per sempre divise e lacerate, paesi riprodotti in un altro continente come gemelli. Un fenomeno che diventerà oggetto di studio e analisi per antropologi e sociologi qualche anno più tardi.

La loro formazione è una rivisitazione in idioma spagnolo di quei cognomi che abitavano i nostri paesi e le nostre contrade. L’esultanza al gol di Omam Biyik, sconosciuto calciatore della Nazionale del Camerun guidata dal grande Roger Milla, la paghiamo tutta qualche settimana dopo quando a Napoli Zenga esce a vuoto su Caniggia e Maradona si ritrova con mezzo stadio a fargli il tifo e l’altra metà di “figli di puta” a tifargli contro.

A rivedere quelle immagini di quel genio del calcio che sotto l’inno nazionale argentino con il labiale a favore delle telecamere ci apostrofa in quel modo non si può non farsi assalire da una sana risata. Maradona o si ama o si odia e io penso di essermi sempre iscritto fedelmente tra i primi. In ogni caso quella partita dell’otto giugno dimostra al mondo intero che nella vita come nel calcio tutto è possibile. Soprattutto rappresenta il preludio di una estate davvero magica trascorsa dal pomeriggio alla notte davanti alle televisioni con almeno tre partite quotidiane rigorosamente in chiaro.

Il fenomeno delle tv a pagamento sembrava paragonabile a quelle avvisaglie tecnologiche futuribili difficili da immaginare che prima o poi arriveranno in qualche modo in un futuro considerato sempre molto lontano.

In tempi come quelli di Italia ’90 riunirsi in un bar o da un barbiere per assistere ad una partita era più una necessità di fare comunità che una convenienza economica dettata da Sky o Dazn.

E così per un mese quella comunità mondiale si ritrovò insieme ad abbracciarsi, a saltare di gioia, ad esultare, a piangere, a disperarsi, a fare la ola, a imitare gli occhi sgranati di Schillaci, ripetere nei cortili i dribbling di Roberto Baggio, i passaggi perfetti di Giannini e le parate alla Holly e Benji del colombiano Higuita. E poi Voeller ha fatto bene o male a sputare Rijkaard?

E Gullit e Van Basten avrebbero meritato di arrivare almeno in finale replicando così il grande successo di Euro88? Le piazze italiane diventano una grande Coverciano. Ogni luogo diventa una propaggine degli studi di Giampiero Galeazzi e Aldo Biscardi. Ogni posto è uno stadio.

Quando il nostro sogno mondiale si infrange in quel rigore tirato da Serena e rimbalzato sul corpo di Goycoechea tutti ci sentiamo consolati da quel gentiluomo di mister di nome Azeglio Vicini.

L’immagine di quell’uomo in giacca e cravatta che si prodiga a consolare i suoi giocatori dovrebbe diventare oggetto di studio nelle aule di scuola fin dalla prima elementare. “Abbiamo perso ma ce l’avete messa tutta!“.

Se quella resta una delusione dalla quale una generazione intera stenta a riprendersi, dopo trent’anni ancora abbiamo però il dolce sapore malinconico dei successi del Festivalbar di quell’anno, i cornetti algida, le spiagge affollate, le pubblicità dei detersivi e dei giocattoli giochi preziosi e una Italia che per molti versi fu davvero bella e irripetibile in quelle notti magiche. Bella e irripetibile perché grande quanto il Mondo intero.

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Andrea Bevacqua
Andrea Bevacqua insegna lettere alle scuole medie. Si appassiona a storie e racconti e ama mischiarsi tra la gente