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A tu per tu con la sommelier Carlotta Salvini

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Carlotta Salvini, miglior sommelier d’Italia Fisar 2019, senese di nascita, grande amante della natura e degli sport all’aria aperta, su tutti l’equitazione. Nata e cresciuta in campagna, si è laureata in agraria e successivamente in viticoltura ed enologia.

Il vino unisce, è socialità, tutto di esso riconduce alle relazioni, apartire dalla vendemmia, non si fa mai nulla da soli. Questi aspetti non sono da tralasciare, anzi bisogna valorizzarli. Mi affascinano molto, dice Carlotta Salvini.

Miglior sommelier d’Italia 2019, ambasciatrice in Terra di Dioniso, o Bacco per i Romani, o ancora Fufluns per gli Etruschi. Carlotta Salvini quanto sono state importanti le origini toscane e la tradizione vitivinicola di questa regione nel suo percorso? Quando ha scoperto che il vino sarebbe diventata la tua professione?

Per prima cosa vorrei ringraziarvi per l’invito. Dove sono nata, a Siena, si respira una cultura contadina molto antica e questo contesto mi ha influenzata molto. Siena, in particolare, ha delle grandi e importanti aree dedicate all’agricoltura, infatti risiedono, per quel che riguarda il vino, importantissime denominazioni, come il Brunello di Montalcino e il Chianti Classico. L’agricoltura fa parte della coscienza sociale ed è importantissima per tutti noi. Questo discorso vale, ovviamente, anche per altre zone d’Italia, come il Piemonte ad esempio, ma anche al Sud in Sicilia, o in Puglia. La passione nasce dal mio amore per gli ambienti naturali e la voglia di conoscere la natura delle cose.

Il titolo di Miglior sommelier d’Italia Fisar 2019 è per me motivo di orgoglio, e con il mio lavoro intendo comunicare e valorizzare piccole realtà e denominazioni che non hanno il richiamo delle grandi denominazioni. Il mio apporto nella comunicazione e nella divulgazione del territorio è costante, fondamentale e continuerà indipendentemente da questo titolo.

Quest’anno ho dato particolare attenzione a chi intende avvicinarsi al mondo del vino. In qualità di sommelier mi sento in dovere di cercare termini più semplici e accessibili per chi si vuole avvicinare a questo mondo con passione e volontà. Al momento sto lavorando anche per presentare un vero e proprio corso on line, a partire dal mese di settembre.

In cosa consiste il lavoro del sommelier? Quali sono i percorsi formativi più ottimali al raggiungimento di questo titolo? In che modo il mondo della degustazione si pone di fronte ai giovani?

Nel pratico, il sommelier è l’addetto alla preparazione, comunicazione e servizio del vino. Conosce in maniera approfondita i metodi di conservazione vino, di servizio e di assistenza ai clienti circa gli abbinamenti con i giusti cibi. Negli ultimi anni il mestiere del sommelier si è evoluto anche nel mondo della comunicazione con la presentazione e la spiegazione delle caratteristiche del vino. Dal punto di vista formativo esistono dei corsi, suddivisi in livelli di difficoltà, che non richiedono tuttavia un background culturale particolare; potenzialmente tutti potrebbero iscriversi a questi corsi.

Negli ultimi anni il mondo del vino sta riscontrando un grandissimo interesse tra i giovani, a partire dai 20 anni in poi, ed esistono associazioni di sommelier, come Fisar, Ais, Aspi, Fis, che organizzano attività di ogni genere su tutto il territorio italiano tramite le varie delegazioni.

Rimanendo nei confini nazionali, quali sono le principali aree di coltura della vite e le principali differenze tra esse? Sempre in Italia, esistono tradizioni vitivinicole sottovalutate, o che meriterebbero più attenzioni?

Dunque, i processi di produzione di un vino posso avere fasi diverse a seconda di fattori come la tipologia del vino, il processo di produzione di uno spumante, per esempio, è diverso da quello di un vino fermo. Poi importante è anche la tipologia di terreno, che influisce sul vitigno, perché questo traduce in frutto le qualità del terreno. In questo senso si dice che la vite trasmette il terroir, cioè il complesso di tutti quei fattori (suolo, clima, artigianalità come componente antropica) coinvolti nella produzione del vino e nell’interpretazione del territorio.

In Italia, le aree di coltivazione della vite si sono sviluppate principalmente per due motivi: per necessità, specialmente nel Sud Italia, esistono ancora vitigni di epoca romana come il Fiano di Avellino, il Falerno del Massico, citato persino da Catullo, il Greco di Bianco. L’altro aspetto è che la viticoltura si è diffusa lungo i fiumi perché questi erano luogo di trasporto, di scambio e di commercio. Infine, ci sono anche questioni di clima e territorio che hanno la loro influenza nella struttura di un vino.

Al momento, le regioni di maggiore qualità del Made in Italy, per quel che riguarda il vino, sono Piemonte e Toscana.
Negli ultimi anni si è visto crescere l’interesse dei giovani verso il ritorno alla campagna e, con il mio lavoro da sommelier, sono in contatto con aziende vitivinicole molto giovani e giovanili, che hanno ereditato la passione per il vino dal padre, dal nonno o addirittura del bisnonno.

Credo che l’Italia possa vantare una tradizione vitivinicola di generazioni, e se questo può essere l’elemento di forza per il nostro Paese, allo stesso tempo presenta delle criticità per via delle numerosissime denominazioni che variano di regione in regione e per le aziende che spesso sono a conduzione familiare. Ciò sicuramente garantisce prestigio ma fa anche emergere qualche difficoltà nella comunicazione e presentazione del marchio vinicolo Made in Italy.

Dunque, per quel che riguarda le denominazioni sottovalutate, faccio l’esempio del Timorasso, un vitigno piemontese, che in passato non conosceva nessuno, mentre ora si pensa ad esso come un vitigno dai grandi margini evolutivi, grande espressione, grande freschezza e sapidità. In Umbria troviamo il Trebbiano Spoletino, un vitigno poco conosciuto ma estremamente di carattere.

Inoltre, in Sicilia, si comincia a parlare di caratterizzazione territoriale delle contrade. In conclusione, penso che ogni cosa abbia il suo tempo, bisogna solo aspettare il momento giusto.

carlotta salvini 2Esistono caratteristiche, anche strutturali, che permettono di distinguere i vini italiani da quelli provenienti da altri Paesi? Quali sono le tradizioni vinicole che un italiano non si aspetterebbe di scoprire?

Dunque, a titolo di esempio, faremo un confronto tra la tradizione vinicola italiana e quella francese. La principale sensazione che deriva dall’assaggio di un vino italiano è dettata dall’acidità, che è molto d’impatto sul palato, soprattutto all’inizio. Nel gusto francese, invece, l’acidità marca in maniera differente.

Questa essenza pungente dell’acidità è tipica italiana. Nel rosso, per esempio, il gusto si caratterizza anche per sensazioni tipiche, sensazioni terrose, che gli inglesi dicono earthy. Nel rosso francese, invece, il gusto marca in altro modo. Talvolta, le sensazioni si riconducono a una non perfetta pulizia nel naso, ciò non vuol dire che il vino ha difetti, ma che c’è qualche sensazione non particolarmente chiara.

Inoltre, si fanno differenze tra il Vecchio mondo, l’Europa, per intenderci, e il Nuovo Mondo, le Americhe, la Nuova Zelanda e l’Australia per citarne alcuni, dove il marcatore principale è l’acidità. In particolare, nel Nuovo Mondo la costruzione del gusto è molto diversa rispetto alla tradizione europea. Generalizzando, possiamo dire che la componente dell’acidità diventa predominante nella caratterizzazione e discriminazione di un vino. Tuttavia, questi vini del Nuovo Mondo peccano nella mancanza di personalità, perché non esiste una forte tradizione territoriale come, ad esempio, in Italia o in Francia.

Ad ogni modo, in Sud Africa, in Oregon, nella Colchagua Valley in Cile ci sono diversi vitigni molto buoni, che, però, non hanno una grande eco.

I consigli di Carlotta Salvini

Per concludere vorremo chiederle la “Guida al buon bere di Carlotta Salvini”. Cosa consiglia di considerare, ai nostri lettori, nella scelta di un vino? Se la sente di indicare quei vini che l’hanno emozionata?

Nella scelta del vino, indipendentemente da dove si acquista, è importantissimo guardare l’etichetta, le informazioni sulla denominazione e prediligere i marchi Doc e Docg Importante è dunque prediligere il vitigno più che l’uvaggio, a meno che non si tratti di prodotti tipici come il Valpolicella o il Franciacorta, che sono prodotti assemblando diversi tipo di uva.

Invece, tra i vini che mi hanno emozionata, sicuramente ci sono il Sangiovese, il Le Pergole Torte di Montevertine, ma anche le note del Brunello di Montalcino mi toccano corde sensibili. Ognuno di noi dovrebbe scoprire i propri vini, è una questione di sensibilità ed attenzione.

 

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Pierpaolo Manfredi
Pierpaolo Manfredi, diplomatosi presso il Liceo Classico "Giuseppe Garibaldi" di Castrovillari, e attualmente studente universitario, ha da sempre raccolto stimoli intellettuali dai vari settori della società traducendoli in scritti di varia natura. Negli anni del Liceo ha contribuito con diversi articoli sul giornale scolastico ed ha avuto esperienze con La Repubblica on-line grazie al progetto di alternanza scuola-lavoro. Attualmente collabora con diverse riviste culturali italiane, tra cui Il filo rosso, con sede a Cosenza, e L'isola che non c'era, con sede a Milano. Oltre che in italiano, parla e scrive correntemente in inglese e francese.