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La scuola resta in panchina

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scuola vuota

Siamo oltre la metà di giugno, la scuola è finita da una settimana e oggi iniziano ufficialmente gli esami di Stato 2020 all’insegna delle mascherine e del distanziamento sociale.

La fine di questo anno scolastico ha il sapore amaro di un piatto non consumato, il gusto di un frutto acerbo che non è arrivato a maturazione.

I nuovi termini della scuola

Nuove sigle scomposte Pia, Pai, Dad hanno accompagnato le procedure di chiusura, di fronte ad insegnanti ed alunni spaesati e disorientati, i soli ad essere rimasti esclusi dalla ripartenza.

Sono terminate le videochiamate a distanza, le lezioni da preparare, i compiti da correggere e i voti da registrare, ma nessuno si è accorto che un anno scolastico è terminato, si fatica a mettere la parola fine.

E’ come se qualcosa fosse rimasto in sospeso e incompiuto, non finito. Probabilmente per chi abita la Scuola, docenti e discenti, la vera scuola è finita il 4 marzo; ciò che è stato portato avanti da questa data in poi è stato solo un palliativo, una toppa per arrivare a giugno e schiantare dei voti in pagella.

Ci si sente quasi sconfitti, inermi di fronte ad una guerra che ha visto la scuola in perdita su tutti i fronti: un mondo che vive di relazioni perde la sua essenza più profonda per lasciare spazio ad un freddo schermo dal suono robotico.

Non ci hanno permesso i saluti finali, neanche in un parco all’aria aperta, non ci hanno permesso di scrutinare le classi in presenza, ma hanno sostituito le nostre persone con burocrazia inutile e macchinosa, portando le procedure di valutazione allo sfinimento; sono stati vietati gli esami scritti ed è stato interrotto un percorso iniziato.

Hanno fermato gli atleti

E’ come se nel bel mezzo di una maratona fermassero un atleta in corsa e lo mettessero in panchina; dopo un periodo di pausa tutti i maratoneti ricominciano a correre e lui continua a rimanere fermo.

conte premier scuola
Il premier Giuseppe Conte

E’ questo il destino che è toccato alla scuola in tempi di pandemia: tutta l’istituzione scolastica e i suoi componenti sono rimasti in panchina a guardare la corsa degli altri, nonostante ci fossero le condizioni per ricominciare a correre.

E allora tutto perde senso. Il governo dice che la scuola non può ripartire, ma riapre i locali attorno a cui si accalca la movida. Riapre le spiagge, le palestre, i centri estetici, il campionato di calcio e addirittura le discoteche.

Le scuole no, “lì il rischio del contagio è troppo forte”, ha detto qualcuno.

E allora ci si sente sconfitti, canzonati, presi in giro dalle leggi di mercato che asservono ancora una volta la cultura e l’istruzione al denaro.

Riparte solo l’economia, il resto è fermo

E allora diciamola tutta: non è vero che l’Italia è ripartita, si sta tentando di far ripartire l’economia, il sistema neoliberista basato sul consumismo estremo, ma non si vuole far ripartire il paese, perché il paese riparte solo con le persone e le persone, inevitabilmente, sono fatte di identità, un valore che nasce soltanto dalla costruzione di se stessi e dei propri saperi, quindi dalla scuola.

E la scuola è l’unica istituzione ad essere rimasta ferma. Un paese che lascia la scuola in panchina, è un paese fallito in partenza. E allora rimaniamo così, sospesi, in attesa che qualcuno venga a riprenderci per mano e a portarci in campo.

Intanto molte famiglie e molti adolescenti sono lasciati allo sbando, prigionieri di vite sregolate e di notti insonni passate di fronte ai videogiochi.

Bambini affidati a tate e baby sitter di grande valore, ma comunque soli, privi di relazioni e di confronto.

Sì, è finito un altro anno scolastico, ma non ce ne siamo accorti. Da inguaribili ottimisti, speriamo ancora che qualcuno venga a recuperarci.

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Teresa Francesca Magarò
Teresa Francesca Magarò insegna Italiano, Latino e Greco, ama il suo lavoro, le relazioni e le persone. Affetta da una strana forma di filantropia, si dedica a tutte le attività umane con trasporto e dedizione. Adora leggere, scrivere e viaggiare.