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Le Lucciole di Aiello sono amore ad intermittenza

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Si nasce tutti borghesi, alcuni lo restano. Viene da parafrasare il Beckett più famoso vedendo l’ultima opera di Francesco Aiello.

Il regista è anche lo sceneggiatore di “Lucciole. D’insetti, punk e Calabria paranoica” che ha, finalmente, debuttato dopo lo stop causato dal Coronavirus.

Aspettando lucciole

C’è un momento in cui due delle lucciole di Aiello ricordano i protagonisti principali di Aspettando Godot.

È quando il membro del partito (sulla scena Giovan Battista Picerno), guarda fisso il vuoto insieme al più fragile dei punk (Salvo Caira). Riflettono sul tempo che passa mentre gli ideali affievoliscono.

Quando la lotta per non far costruire un parcheggio diventa la lotta per lavorarci in quel parcheggio.

Aiello ci porta da Gabba Gabba hey a Gaber Gaber hey

“Lucciole” di Francesco Aiello fotografa quella fase della vita in cui si passa dall’essere punk come i Ramones di Gabba Gabba hey al Gaber Gaber hey.

Sì, Giorgio Gaber. Non è un caso che il punk moralmente più debole debba usare uno shampoo da 15 euro per i suoi problemi di cute.

A nostro avviso sembra che Aiello, quello shampoo, lo inserisca proprio per omaggiare Gaber e ciò che rappresenta.

Lo shampoo

La canzone gaberiana Lo shampoo, in estrema sintesi, parla di quest’uomo tendenzialmente idealista e di sinistra che, per non pensare alla condizione della sua parte politica e della sua vita, si fa uno shampoo per scacciare via i pensieri dalla testa.

Il lavaggio schiumoso del capo è un piccolo piacere che fa smettere di pensare ai meccanismi di cui siamo schiavi.

Gaber rappresenta la sinistra più intelligente che però, nonostante tutto, è stata al fianco della destra dove, per questa, intendiamo proprio il matrimonio del grande artista con Ombretta Colli che, scesa dal palcoscenico, è stata senatrice e amministratore di lungo corso per la causa di Forza Italia.

Contraddizioni (perdonabili), di un grande uomo della Storia del Novecento italiano.

Non a caso nell’ultima parte della sua vita Gaber cercava di capire cosa fosse la destra e cosa la sinistra.

E non può essere un caso, secondo chi scrive, se quello shampoo aleggia in scena.

Ci appare come una sorta di staffetta nel passaggio dall’essere anarcoinsurrezionalisti a piccoli borghesi.

Ecco, i personaggi messi in scena da Aiello cacciano via dalla propria vita i pensieri di ribellione e si tramutano, pian piano, da punk in borghesi.

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da sinistra verso destra Caira, Vitaliano, Picerno, Aiello, Curia e Canino

La proprietà privata necessaria

Quello shampoo da 15 euro diventa un simbolo più dei motivi per cui i 4 giovani occupano lo spazio dove il Comune vuole fare un parcheggio e dove il personaggio interpretato da Alessandra Curia vuol salvare anche le lucciole che lì vivono.

Quello shampoo, che al personaggio serve per motivi di salute, è una proprietà privata necessaria che la Comune (composta anche da altri due punk interpretati da Maria Canino e da Cesare Vitaliano), non rispetta non per dogma ma per sciatteria.

Curia, Canino e Vitaliano lo usano, quello shampoo, per farsi il bidet, mentendosi e mentendo al compagno anarcoproprietario.

Che scoprirà il tutto quando l’esperimento del poliamore dei suoi tre compagni è in atto.

Il poliamore visto da Aiello

Aiello mettendo Curia, Canino e Vitaliano (che in scena ci ricorda un po’ lo Zanardi di Pazienza rivisto da De Maria e un po’ il Marinelli di Jeeg Robot d’acciaio), in una situazione poliamorosa ci fa percepire come una società libertina ipocrita vada in tilt con i limiti del poliamore.

Come tutti i borghesi, i tre giovani vogliono provare il nuovo ma non possono non farlo se non imponendosi delle regole precise: i turni per chi dormirà con chi, il giorno “jolly”, le direttive per far entrare un nuovo componente nel poliamore.

Un concetto che, a queste latitudini, è difficile da comprendere e dimostra come gli esseri umani per propria natura scelgono delle regole imposte anche quando non vorrebbero.

Fuori la sinistra

Intanto il componente di partito Picerno inculca al giovane Caira quanto i suoi amici non lo considerino, quanto sia importante ascoltare i suoi consigli per avere un posto fisso.

Caira ci crede così tanto da scacciare i tre in uno scatto d’ira quando ha la certezza che i suoi amici punk hanno usato il suo shampoo proprietà privata.

Li caccia via dall’occupazione perché l’occupazione è soltanto lui. Al fianco, seduto immobile, resta Picerno.

I due sono l’immobilita della sinistra extra istituzionale e istituzionale.

Picerno, poi, incarna il bisogno del nemico che non si abbatte mai perché se no la battaglia finisce e non c’è più gusto.

Il tempo passa, i passatempi

In due iniziano ad invecchiare. Aiello li lascia lì fermi dal 2006 al 2019. Notiamo che proprio nel 2006 l’autore-regista, nella vita fuori dal palco, ha 25 anni. L’età in cui si cresce, si diventa adulti.

Quando si fa diventare l’ideale qualcosa di più concreto. Si cerca di capire come lo si può portare nella vita di tutti i giorni senza farlo diventare ridicolo.

E con “Lucciole”, prodotto da Rossosimona, Francesco Aiello se la prende proprio con tutti i protagonisti di un mondo che, viene da pensare, ha amato e ama molto.

Un mondo di cui è grande critico perché anch’egli si sente al centro delle critiche e del decadimento. Una sofferenza amorosa insomma.

Socialismo&Bio

Curia e Vitaliano diventano una coppia stabile. Diventano progressismo mutato del giovane anarchico che si tramuta in imprenditore bio.

Che è pur sempre imprenditore che trae profitto perché non produce il prodotto solo per il proprio sostentamento ma almeno cerca di essere etico nella filiera.

Canino che era paladina progressista si tramuta in procacciatrice di bandi diventata manager che resta fedele al poliamore ma su Tinder con l’unica coerenza di innamorarsi sempre e non innamorarsi mai.

Caira e Picerno sono la fine del partito, la fine della sinistra. Non c’è un sipario se no sarebbe dovuto calare qui, su una certa idea della sinistra italiana che da anticonformista poi diventa iperconformista.

Dall’occupazione alla tessera è un attimo. Dallo spazio okkupato al «ci serve il permesso per l’agriturismo».

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Aiello ci convince con la tecnica e ci fa male al cuore

Il regista continua a spingere su, riusciti, giochi di luci; luci a tratti operaie e ospedaliere. Quelle luci che ronzano mentre l’esistenza prosegue e che fanno da colonna sonora.

Le lucciole sono davvero anche lanterne in questo spettacolo.

Il registro linguistico è vivo impreziosito con citazioni del teatro del Novecento ma anche di sospiri narrativi che guardano alla letteratura russa.

Il concetto che la parola “lucciola” rappresenti la vita intermittente dei protagonisti è da lode.

Qualche suono punk in più non avrebbe guastato ma, in effetti, attendersi un punk molto più didascalico e poi non trovarlo è esso stesso elemento punk.

Francesco Aiello con “Lucciole” ci fa del male. In questo spettacolo autolesionista mette una generazione davanti ai suoi sogni infranti, davanti alle proprie ipocrisie consapevoli e non.

È uno spettacolo che taglia e fa provare dolore. Proprio le sensazioni che avrebbe voluto provare una delle sue Lucciole per sentirsi vivo.

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Giornalista e autore. Negli anni ho bazzicato diverse redazioni di quotidiani locali con mansioni da redattore e da caposervizio. Ho collaborato con qualche testata nazionale e ho mille storie chiuse nel cassetto e nella testa