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Dialogo con Simone Botta sulla moda Made in Italy

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simone botta made

Simone Botta, 24 anni, dottore in Giurisprudenza presso l’università Bocconi.
Grande appassionato di Arte, cucina, sigari e buon bere, ha trasformato tutto questo nel MòClub, la business idea che porta avanti dal 2016 per diffondere il meglio del Made in Italy tra gli Under35 in Italia e nel Mondo.

Da settembre, è anche Marketing & Event Manager di Arbiter, rivista fondata nel 1935, leading voice nel Lusso, specie quello fatto in Italia, quella tipologia di lusso in cui prevale il valore intrinseco dei beni e servizi prima del prezzo.

Ciao Simone, per prima cosa ci piacerebbe sapere com’è avvenuto il tuo primo contatto con il mondo del luxury e dunque l’inizio del tuo percorso in questo settore.

Ciao a tutti, e grazie mille per avermi invitato.
Tutto nasce da una necessità, anche il desiderio del consumo. Arrivato a Milano, nel 2014, scoprii un amore viscerale per l’alto artigianato – i così detti Mestieri d’Arte – specie per la sartoria maschile. E dunque iniziai a desiderare un abito sartoriale.

Passeggiavo spesso per Via del Gesù, meglio conosciuta come “La via dell’Uomo” ma, guardando nelle vetrine delle grandi sartorie li presenti, pensai che per poter avere quelle opere d’arte da indossare dovevo escogitare qualcosa, considerando che le mie finanze da studente non bastavano affatto per un acquisto del genere.

Così capii che dovevo entrare nel settore del Made in Italy. Alla base di tutto c’è la curiosità, il propulsore di ogni cosa. Dunque, ho iniziato ad approfondire la storia della sartoria, le storie dei vari marchi italiani di lusso, conoscere la storia delle figure chiave. Fu una questione di desiderio, ambizione ma soprattutto curiosità.

Da lì in poi, ho iniziato a studiare il mercato, chiedendomi se esistesse un ponte che collegasse i giovani a questa tipologia di consumo. Poiché la risposta fu negativa, dal nulla, ho dato vita al MòClub.

Creando una rete di contatti ho promosso il primo evento privato, a cui si poteva partecipare su invito, consegnato e scritto a mano, chiuso con la ceralacca.

Così facendo, per via del fare non propriamente comune – quantomeno rispetto agli inviti su Facebook – questa cosa incuriosì molto i giovani in università. Così è cresciuta la business idea del MòClub.

Inizialmente si trattava di eventi, poi ho dato vita ad una rivista e, infine, sono partito con le consulenze verso le aziende produttrici di lusso Made in Italy che intendevano posizionare i loro prodotti in un target Under30 oppure quelle che creavano prodotti premium o upper premium con il desiderio di trasformarli in luxury goods.

Tutto questo mi ha portato a conoscere Franz Botré, Editore e Direttore di Arbiter, rivista di piaceri e virtù maschili, e figura influente nel mondo del luxury Made in Italy.

Ad oggi ho integrato MòClub verticalmente con Arbiter.
Il primo è rivolto agli under30, mentre il secondo agli over30. Ci occupiamo delle stesse cose, ma ci riferiamo ad un pubblico con esigenze diverse.

Per i giovani che amano il prodotto sartoriale ben costruito, che però dispongono di risorse economiche limitate, come può avvenire l’accesso in questo mondo? Come il prodotto luxury e il Made in Italy si pongono difronte ai colossi dello streetwear e all’abbigliamento di consumo? Può un giovane comprare prodotti fatti a mano a prezzi accessibili?

Ho cercato spesso di rispondere a queste domande. Ad oggi dico che il Made in Italy, difronte a queste tematiche, cerca di offrire un prodotto di buona qualità a un prezzo accessibile per un giovane consumatore. L’offerta esiste, il problema è la domanda.

Oggi, i ragazzi che a 20 anni preferiscono spendere 150 euro per un paio di polacchine, piuttosto che 600 euro per un paio di Nike in reselling, rappresentano circa un mero 10%. Non giudico nessuno, ma la storia del costume è stata sempre scandita dalle mode.

Per esempio, nel 1930 chi vestiva abiti diversi, anche in parte, rispetto a quelli con tagli canonici, era visto come chi oggi veste streetwear. È necessario capire quindi cosa vuoi offrire agli altri.

E Non bisogna vedere i fenomeni sociali criticandoli, ma bisogna prenderne atto e comprenderne le cause. Se oggi un giovane vuole imparare a riconoscere la qualità dei prodotti può farlo, studiando ed approfondendo.

Ritorna la curiosità! Il consumatore è curioso? Sì, allora si ingegna per capire com’è fatto il prodotto che acquista, altrimenti compra per come il mercato propone.

Quindi è possibile rendere più fruibile a un pubblico più vasto il settore della moda Made in Italy?

Questo argomento l’ho trattato nella mia tesi di laurea. Ti dico che, dal punto di vista etimologico, il termine lusso non è inclusivo, nemmeno per questioni di costi aziendali.

La qualità ha un costo: ciò che compri ora, a 20 anni, tra 40 anni sarà ancora nel tuo armadio. E questo ci spiega il perché dei prezzi abbastanza importanti di questo genere di prodotti.

La differenza, però, si pone nella seguente forma mentis: meno, ma meglio. Il giovane che vuole entrare a far parte del “mondo del lusso” compera sicuramente meno, ma deve sapere che possiede un prodotto durevole che non perderà di perfomance nel tempo e resterà sempre un pezzo unico.

È una questione di guardare tutto in prospettiva e capire che si compra meno, ma si compra meglio.

Parliamo di moda sostenibile ed ecosostenibile con Simone Botta. In Italia, sono una realtà? L’obiettivo della moda italiana e dei marchi Made in Italy è indirizzato alla creazione di un sistema che sia a tempo indeterminato in termini di impatto ambientale e di responsabilità sociale?

Sì, certo! Le imprese italiane si stanno muovendo splendidamente in questa direzione. Il Presidente di Confindustia Moda, Claudio Marenzi, sta facendo un ottimo lavoro verso questo obiettivo.

Tante aziende mirano ad una sostenibilità ambientale di super qualità: Loro Piana, Ermenegildo Zegna, Vitale Barberis Canonico, Drago S.P.A., Marzotto Group e UNIC stanno facendo investimenti incredibili nella sostenibilità della loro produzione. Hanno già applicato protocolli per ridurre il più possibile l’impatto ambientale delle loro aziende.

Ad oggi esistono aziende che trasformano l’acqua utilizzata nella produzione di beni in acqua potabile. Dal punto di vista della responsabilità sociale ci sono delle aziende-modello per il mondo intero, per esempio Brunello Cucinelli, che ha creato la città del benessere con una grande attenzione rivolta alla forza lavoro.

Altre aziende modello per il benessere del personale sono Ferrero e Luxottica. Vi è anche Argotec, di David Avino: pur non essendo un’impresa del “fashion”, bensì di consulenza ingegneristica, oltre a sviluppare prodotti per la NASA lavora con un mindset volto al benessere dei propri collaboratori, cosa insolita in questo campo.

Un altro grande esempio di azienda ecosostenibile è Vegea, che trasforma in pelle gli scarti della produzione del vino e altre aziende che trasformano gli scarti della produzione in beni di consumo nuovi e rispettosi dell’ambiente!

La Moda Etica: la “guerra” tra le aziende per realizzare il maggior numero di prodotti a un costo minore. A quale prezzo per la civiltà? Come si pongono le aziende italiane difronte a ciò?

Se produci a discapito del benessere sociale per inseguire il profitto smodato l’idea di impresa fallisce. Oggi, il consumatore è attento a queste cose, e fa scelte sul prodotto anche in base all’impatto sociale dell’azienda.

La vicinanza a questa tematica è anche espressa dalle grandi aziende. H&M, per esempio, ha lanciato il Global Change Award, una sfida verso le aziende più innovative nel campo della moda ecosostenibile.


L’ Italia si sta muovendo, ma quando si guarda a questi cambiamenti la lente è da rivolgersi alle esigenze di mercato. Il consumatore vuole sapere che ciò che compra abbia il minor impatto possibile sull’ambiente.

Una tecnologia che ha rivoluzionato e rivoluzionerà il sistema produttivo è la blockchain, tecnologia grazie alla quale si può monitorare costantemente la logistica della produzione e la supply-chain.

La conoscenza e la comprensione delle tecnologie, secondo Simone Botta, può fra ritornare l’uomo vero protagonista della società del futuro?

Questa è una riflessione straordinaria, ma c’è un problema di fondo: l’homo oeconomicus è mosso dall’avarizia e dall’avidità di denaro a discapito della collettività. Ho paura che in futuro la tecnologia possa creare grandi disuguaglianze, sotto vari aspetti. Questa domanda presenta delle criticità a cui ancora non si è in grado di dare risposte certe.


A mio avviso, nel momento in cui l’AI potrà sostenere il benessere umano riducendo la mole di lavoro in favore degli aspetti legati alla vita privata, allora, rimodulando anche l’aspetto salariale in base alle ore di lavoro per tutti, si creerebbe una diluizione generale del sistema, puntando ad assottigliare differenze di wealth e welfare.

Il punto è che l’AI distruggerà diverse professioni e favorirà la nascita di altrettante nuove. Tuttavia, una vera stima della “bilancia commerciale” non si può ancora fare.

Credo, però, che nel business del luxury, e più in generale dove è forte la componente umana dell’emotività artistica, l’uomo sarà sempre protagonista perché le macchine non sono in grado di interpretare la psiche umana e di esprimerla, nel prodotto o servizio, come solo l’atto umano può fare.
A questo punto la domanda scottante è: “Quale sarà il lavoro del futuro?

I consigli di Simone Botta

Grazie Simone, in chiusura ci piacerebbe conoscere un po’ i tuoi gusti nel vestire. Ti va di presentarci “The Essentials: La Guida alla pertinenza del Vestire di Simone Botta”?

Certamente, ne sarei felice. Innanzitutto, bisogna tenere a mente due concetti chiave: pertinenza e osservanza delle circostanze, cioè stare bene con la propria persona e con l’ambiente circostante.

Il guardaroba va costruito con intelligenza e gusto: deve essere utile e polifunzionale all’inizio. Si parte da un completo blu, una camicia bianca, una cravatta e una pochette che esprimano la tua personalità attraverso i colori. Anche il nodo della cravatta ed il modo di piegare la pochette racconteranno pezzi della tua personalità.

Come calzatura scelgo un paio di scarpe che possano garantire un filo di eleganza, ma soprattutto una buona resa, giacché saranno utilizzate per tutta la giornata.

Ogni mattina, prima di uscire di casa, sarà bene spazzolarle: è importante iniziare ogni giornata lucidi, sia mentalmente, così da vedere meglio il mondo, sia con le scarpe lucide, così da seguire sempre la strada corretta.
Da qui in poi, l’estro e la ricerca personale faranno la differenza.

I siti di Simone Botta:
Instagram
– Sito della rivista Arbiter dove Simone Botta è Marketing & Event Manage.

Ringraziamo Simone Botta per l’intervista che ci ha rilasciato.

 

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Pierpaolo Manfredi
Pierpaolo Manfredi, diplomatosi presso il Liceo Classico "Giuseppe Garibaldi" di Castrovillari, e attualmente studente universitario, ha da sempre raccolto stimoli intellettuali dai vari settori della società traducendoli in scritti di varia natura. Negli anni del Liceo ha contribuito con diversi articoli sul giornale scolastico ed ha avuto esperienze con La Repubblica on-line grazie al progetto di alternanza scuola-lavoro. Attualmente collabora con diverse riviste culturali italiane, tra cui Il filo rosso, con sede a Cosenza, e L'isola che non c'era, con sede a Milano. Oltre che in italiano, parla e scrive correntemente in inglese e francese.