Home Teatro Il ritorno al teatro grazie alla Primavera

Il ritorno al teatro grazie alla Primavera

98
CONDIVIDI
teatro corpoarena

Ritornare a teatro dopo mesi è stato emozionante. Con una sempre viva consapevolezza, che il teatro è necessario, e con una mascherina da indossare, che questa consapevolezza l’ha resa ancora più forte. Perché nonostante questi tempi così strani che ci troviamo a vivere, rimangono dei punti fermi a cui tornare quando fuori sembra esserci una vita parallela che scorre, di un presente che ha qualcosa del romanzo distopico.

C’è un Mammut a teatro

In Ottobre, la Primavera dei Teatri a Castrovillari. E menomale.

Ho visto due spettacoli, uno di seguito all’altro, ed è sembrato un continuum. Si è steso un filo rosso passando dall’Ex Mattatoio per “Corpo/Arena” e finendo al Circolo Cittadino per “30 anni di grano”.

L’idea di scrivere due recensioni in una nasce proprio perché sono sembrati due facce della stessa medaglia, da una parte l’indolenza e l’inerzia, dall’altra l’agire e la forza. Il cibo, il nutrimento, la molla di entrambi.

“Corpo/Arena”, Gianluca Vetromilo/Mammut Teatro, è il primo studio di un trittico che indaga le sfide del corpo contemporaneo.

La prima sfida è la fame. In scena i tre attori, Mauro Failla, Riccardo Lanzarone e Francesco Rizzo, sono seduti e aspettano la consegna di un pasto domicilio (la foto in alto è scattata da Angelo Maggio).

L’orologio digitale alle loro spalle scorre così lentamente e a intervalli così poco regolari che è difficile non immedesimarsi in questo fluire alterato.

Aspettano un delivery-man, aspettano Godot, nuova forma dell’immaginario beckettiano. L’economia, tendono a giustificarsi così i tre personaggi, si muove proprio grazie a loro, a chi ingoia cibo spazzatura, facilmente reperibile: il consumismo puro, quello che non richiede alcuno sforzo critico, né mentale, né fisico.

Che poi lo specchio non rimandi l’immagine che la società vorrebbe, è un’ennesima giustificazione, perché essere uguali a tutti gli altri, con corpi agili e snelli, è atto da biasimare.

Se da uno di loro parte un moto di ribellione verso la condizione attuale, questo si risolve con un altro rimando a Beckett, quando i tre personaggi dicono “Andiamo” ma rimangono fermi.

Il grano del Teatro delle Ariette

“30 anni di grano”, Teatro delle Ariette, è lo spettacolo di una coppia di attori e contadini, Paola Berselli e Stefano Pasquini: è la storia di un amore, è la storia di un campo di grano.

Se il teatro è condivisione e scambio, questo spettacolo ne è la manifestazione più reale e vera. Paola, seduta ad una scrivania legge il loro diario, scritto durante l’estate del 2019, e in sottofondo Summertime.

Stefano Pasquini e Maurizio Ferraresi, si dedicano all’impasto e alla cottura delle tigelle, su un tappeto di grano.

Intorno noi spettatori, noi invitati a questo banchetto che ha tutto di un’esperienza sensoriale che coinvolge tutti e 5 i sensi: la vista è allietata dalle mani sapienti che impastano, nell’aria il profumo delle tigelle calde, in bocca il sapore delicato di un cibo che sazia anima e corpo, nelle orecchie le parole dolci di Paola che raccontano una storia d’altri tempi e d’altri mondi, tra le mani le spighe di grano.

Ecco, se c’è da indagare il contemporaneo, entrambi gli spettacoli ne sono le due facce.

Da una parte l’inerzia e la voglia di affrancarsi da una vita così facile da consumare e ingoiare, che porta con sé i rigurgiti di una vita insoddisfacente e immobile; dall’altra una coppia che coltiva la terra con fatica e sforzo e ne coglie i frutti, muovendosi agili e sorridenti in una vita che li riempie e li soddisfa.

Se una storia come quella di Paola e Stefano può sembrare lontana anni luce dalla vita che ci troviamo a condurre oggi, si rivela invece così attuale, presente ed urgente anche nei tre attori seduti in scena che rimangono immobili ma sognano una vita diversa.

Contemporaneo allora è saper capire, sondare, interrogare, il presente e la direzione da prendere per essere felici.

Alla fine dello spettacolo “30 anni di grano” canta De Andrè e la Canzone per l’estate con la frase “Com’è che non riesci più volare”, in “Corpo/arena”, a fine spettacolo viene “servito” un bonsai, pianta che durante il periodo di crescita si indirizza per assumere le forme e le dimensioni desiderate. Sembra proprio un buon augurio per tutti.

A volte i sassi hanno forma di pane. Bisogna vederli, a una svolta di una strada biancheggiante, cumuli di sassi che sembrano pani. Sono i sassi dei torrenti, arrotondati e dorati. La prima idea è quella del pane. Poi della pietra. E la fantasia oscilla tra questi due estremi. Sono i mucchi dei sassi trasportati dal greto dei torrenti e ammucchiati per fabbricare la casa.

Corrado Alvaro, “Pane e pietre”

Commenti Facebook
CONDIVIDI
Ilaria Oliverio
Ho radici calabre e in una tasca una Laurea Magistrale in Teatro e Arti della scena presso il Dams di Torino. Nell'altra, una mano pronta ad afferrare e a custodire le cose belle.