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Cento anni per cento Gianni Rodari

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cactus verde rodari

Sono appena le dieci e trenta e sono in attesa di “fare” le due ore di storia in terza media.

Mentre gli alunni ordinatamente mi passano davanti per andare in bagno, rigorosamente in mascherina, i ricordi vanno indietro di un anno. Lo scorso anno in ottobre abbiamo organizzato una staffetta letteraria che inaugurava l’Anno Rodariano.

«Vedrai che poi faremo anche questo e poi questa lettura in piazza con i giochi e poi la biblioteca d’istituto da mettere in ordine e riaprire tutta colorata per essere fruita dai ragazzi»

Invece a distanza di un anno siamo qui. Immobili in aula, con venti di lockdown scolastici che spirano come Tramontana da Nord verso Sud.
«Forse ci chiudono di nuovo!»

La frase si rincorre di bocca in bocca nei corridoi e in questa locuzione poco corretta dal punto di vista sintattico si scorge un “CI” grande quanto il Mondo (per restare in tema rodariano).

La chiusura delle scuole superiori a macchia di leopardo in Italia va oltre la serrata delle saracinesche dei bar e dei locali. Se si chiude la Scuola si spegne un pezzo di mondo, di vita, di esistenza.

Lo percepisco forte tra i colleghi e i bidelli in queste ore che potrebbero precedere l’ordinanza regionale. Si percepisce tra i ragazzi che stranamente non esultano, almeno i miei stamattina, mentre si riordinano le classi virtuali preparandoci al peggio.

Sembrano le breaking news dagli States nelle concitate ore che precedono i passaggi di uragani e tifoni, con le immagini della gente che si affolla a rientrare in casa mentre acquista le ultime scorte di cibo.

Il clima è un po’ quello e per noi che come dice Papa Francesco “pensavamo di vivere sani in un mondo malato” o pensavamo di essere indistruttibili tutto ciò è difficile da gestire. Cambia la nostra vita quotidiana: dalle pizzate rimandate perché la cautela a volte mista a paura cresce alle tonnellate di eventi saltati.

Manifesti mai stampati o finiti direttamente al macero, ettolitri di sudore repressi nei corpi asciutti e ingrassati privi del piacere di saltare sotto i palchi oppure a marciare per la pace tra Perugia e Assisi.

Senza farne troppo un dramma (una pizza, un concerto e una marcia della pace si possono recuperare più avanti) ci salveremo e ne usciremo fuori ma a quale prezzo?

Il prezzo di un pezzo di vita scolastica interrotta e che (questo sì) nessuno ci ridarà più indietro. A noi come ai ragazzi.
Il prezzo di una socialità che rischia di lasciare il posto alla cultura dell’egoismo è dietro l’angolo sta a noi come società, come cittadini, come donne e uomini di questo tempo non disperdere il grande patrimonio costruito in millenni di storia.

Mi fa molto strano spiegare proprio questa mattina in classe il passaggio dai Comuni alle Signorie. L’annullamento da parte dei tiranni, che di signori non avevano nulla, di quelle pratiche democratiche e decisionali che i cittadini avevano conquistato anche con il sangue battendosi contro questo e quell’altro imperatore.

In questo momento storico nessuno ci toglie la democrazia, nessuno si erge a tiranno anche se i negazionisti e complottisti sono sempre dietro l’angolo.

In gioco c’è un processo più complesso, molto più delicato di una semplice legge. Si tratta di difendere i valori universali della solidarietà, della comunità, della socialità, della prossimità.

In questi anni di forte propagazione dei populismi, con una crescente risalita di rigurgiti razzisti e sentimenti di esclusione dell’Altro, le nostre comunità hanno già subito lacerazioni e smarrimento di questi valori.

In un mondo occidentale sempre più vittima delle scelte economiche neoliberiste che generano consumismo ed egoismi e si mischiano ad una crescente povertà e precarietà, si sono già sperimentate forme di resistenza che dai quartieri delle grandi città, passando per i condomini, le parrocchie, le scuole, gli spazi sociali e associativi hanno costruito una timida base da cui ripartire.

Pratiche di condivisione, di muto-aiuto, di affiancamenti scolastici e lotta alla dispersione scolastica nei quartieri più difficili, piccole forme di microcredito hanno generato e seminato speranza.

Si può e si deve ripartire da qui, dobbiamo farlo. Siamo chiamati a seminare speranze, a sollecitare la politica prima ancora che ella nei suoi centri decisionali sia in grado di formulare proposte per contrastare gli effetti della pandemia sulla società.

Non ci si può ergere a missionari e né tanto meno si può avere la pretesa di sostituirsi alla politica. Anzi dobbiamo evitare di correre questo rischio.

Ora più che mai, in questi giorni in cui si decidono le chiusure di scuole superiori e università in gran parte d’Italia, si prendono indispensabili provvedimenti per limitare il contagio bisogna recuperare la lezione di Gianni Rodari, rimettere in moto la fantasia per riaccendere processi virtuosi di comunità e di quartiere. Riattivare quelle relazioni per rileggere i territori, mantenerli vivi e saldi negli intrecci che legano le donne e gli uomini, i bambini e gli anziani.

Finirà la pandemia. Oggi, in un compleanno strano, in un centenario monco, vissuto dietro una tastiera o a leggere fiabe e a creare binomi fantastici nel chiuso di un banco sogniamo il Mondo che vogliamo a partire da qui.
Forse non tutto è perduto!

L’opera dedicata a Gianni Rodari che compare a inizio articolo è de Il Cactus Verde

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Andrea Bevacqua insegna lettere alle scuole medie. Si appassiona a storie e racconti e ama mischiarsi tra la gente