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Paolo Rossi era un ragazzo come noi

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Paolo Rossi

Paolo Rossi l’ho conosciuto la prima volta in una canzone di Antonello Venditti. Giulio Cesare me la ricordo molto bene. Il Mondiale dell’82, invece, non trova nessuna immagine nella mia memoria.

Paolo Rossi e il filtro dei ricordi

Il filo dei ricordi registra una immagine postuma, un vecchio strofinaccio che ancora campeggia sacro nella cucina di mia nonna. Il ritratto di Naranjito, simpatica arancia mascotte con un pallone in mano.

Rossi lo ricordo già in declino, al Mondiale in Messico, quello dell’86 per tornare a Venditti, quello passato alla storia per le straordinarie giocate di Maradona.

Bearzot ormai stanco con in tasca una meritata pensione e la soddisfazione più grande: quella di aver smentito tutti quattro anni prima in Spagna e soprattutto di aver creduto in un campione che tutti pensavano finito.

Il calcioscommesse

La vicenda Calcioscommesse del 1980 a rileggerla oggi sembra più una bischerata da campionato di terza categoria. Paolo Rossi in qualche modo ci era finito dentro.

Oggi avrebbe ricevuto qualche proposta allettante per partecipare ad uno dei tanti reality in tv oppure sarebbe finito ospite dalla D’Urso. Nel 1980, invece, la storia era diversa. Con una condanna, anche solo del giudice sportivo, la vergogna e l’opinione pubblica non ti lasciavano scampo. Eri finito e se ti andava bene tornavi a bordo campo, sulla panchina di qualche squadra sospesa tra la seria A e la serie B.

Il ritorno di Paolo Rossi sul campo

Se ti andava male ti aspettavano i campetti di periferia ad allacciare le scarpe ai pulcini. Parliamo della stessa vergogna che qualche anno dopo distrusse nel corpo e nello spirito Enzo Tortora.

Il suo ritorno in campo con la maglia della Juventus dopo quasi due anni di stop fu un disastro. Chi lo ricorda allo stadio o negli highlights di 90° minuto, narra di un giocatore disorientato in campo. Tre partite prima del mondiale eppure l’allenatore con la pipa lo aspettava. Sembra quasi una scena evangelica, un “Vieni e seguimi” di Cristo a Pietro.

E Paolo lo seguì sulle sponde spagnole. Tre partite ancora a penare, a prendersi le bestemmie di un paese intero nei bar e nelle piazze. E con lui sempre Bearzot. Poi l’Argentina e dopo ancora la storia è nota.

Il legame con Bearzot

Bearzot e Paolo Rossi. Una storia di riscatto e speranza da raccontare nelle scuole, nelle carceri, nel luoghi dove regna la disperazione. Una storia che diventa una parabola di vita, un modello per costruire una società improntata sul rifiuto del pregiudizio. Fiducia.

Di quel mondiale che non ho vissuto perché troppo piccolo e di cui non ho ricordi se non di rimando ad un episodio mi piacerebbe assistere: la telefonata di Bearzot a Rossi o ancora meglio l’incontro, lo sguardo paterno di chi ne ha viste tante, di chi già meritava di vincere in Argentina nel ’78 e di chi sa che ha di fronte l’uomo, l’attaccante che potrà renderlo immortale nella storia del calcio mondiale. E chissà che sguardo avrà avuto Rossi.

Disincantato come quando ne segnò tre ai mostri sacri del Brasile. A guardarlo e a dire: “Mister, ma credi ancora in me?”
Bearzot e Rossi, due uomini prima ancora che un allenatore e un calciatore.

Di quei mondiali non vissuti ma raccontati dai nostri padri e dai nostri zii ci restano racconti di uomini e donne, bambini e anziani, ci tornano davanti le estati delle vaschette gelato in formato famiglia a pochi e semplici gusti, le Peroni gelate, le Nazionali senza filtro accese una dietro l’altra, le angurie che sbrodolano sulle canottiere intrise di sudore. Forse a sentirsi un tutt’uno nei bar e nelle piazze. Un tutt’uno con undici giocatori, uomini prima ancora che campioni.

In fondo, Antonello Venditti ce lo ha insegnato
“Paolo Rossi era un ragazzo come noi”

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Andrea Bevacqua insegna lettere alle scuole medie. Si appassiona a storie e racconti e ama mischiarsi tra la gente