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Takabum, in scena con la musica, parla Oliveto

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oliveti takabum - colpoditosse.com - musica

Un lavoro di ricerca tra musica e teatro quello portato avanti del gruppo Takabum. La street band calabrese insieme a un gruppo di teatranti (Francesco Aiello, Maria Canino, Angelo Colosimo, Ernesto Orrico, Gianluca Vetromilo) ha appena concluso un progetto dedicato alle residenze artistiche nei territori, sostenuto della compagnia Scena Verticale e realizzato con il patrocinio della Regione Calabria e dal MiC. Dall’8 al 22 marzo il collettivo ha iniziato una ricerca partendo da un dato per certi versi antropologico: la riflessione sui riti funebri popolari, specie quelli del Meridione, fino ad arrivare alla tragedia greca. Ce ne parla Giuseppe Oliveto, ideatore del gruppo, nonché trombonista, compositore e arrangiatore.

È terminata questa residenza creativa dei Takabum, ma non è la prima volta che la band si avvicina al mondo del teatro: prima di entrare nel vivo, raccontaci un po’ le vostre esperienze passate.

In passato ci siamo occupati di diversi progetti per il teatro, collaborando più volte proprio con Scena Verticale. Per il festival Primavera dei Teatri abbiamo curato alcuni laboratori per i ragazzi insieme al Teatro della Maruca.

Io, Gianfranco De Franco e Francesco Montebello – altri membri della band – abbiamo lavorato con Dario De Luca, con cui abbiamo realizzato, fra le altre cose, Morir sì giovani in andropausa e Scanti di Natale. Entrambi sono stati strutturati secondo il nostro modus operandi: partire da uno studio preciso, seguendo una partitura già scritta che in qualche modo viene poi nascosta o abbandonata per lasciare spazio all’interpretazione e all’improvvisazione sia dei musicisti che degli attori.

È uno spettacolo a tutti gli effetti quello che fate con i Takabum, c’è una forte attrazione con e verso il pubblico…

La nostra idea è quella di far diventare teatro qualsiasi luogo dove ci si esibisce. Il pubblico diventa parte integrante dello spettacolo, noi interagiamo moltissimo con chi ci sta di fronte, perché lo stesso brano suonato ad un pubblico diverso cambia completamente.

Il momento del qui ed ora, del presente, è di fondamentale importanza. Per questo ogni spettacolo è a sé stante, non ne esiste uno uguale all’altro. Tutto ciò che facciamo si basa su questo, ogni lavoro assume così sfaccettature diverse strettamente correlate a chi è in scena in quel momento e al pubblico che è in sala o per strada.

Inoltre da qualche anno avete anche un bellissimo spazio dove poter “creare”…

Si, esatto. Dal 2015 lavoriamo ai CAG, i Centri di Aggregazione Giovanile dell’Università della Calabria, dove noi ci occupiamo principalmente di musica, mentre altre associazioni si occupano di teatro e danza. Lo scopo è quello di avvicinare i giovani al mondo dell’arte e di far conoscere la cultura italiana ai numerosi studenti stranieri presenti nel campus. Ma è anche un luogo aperto a tutti dove poter sperimentare nuovi linguaggi, dove creare fusioni diverse, ne è l’esempio il progetto di residenza che abbiamo appena concluso.

Un progetto di residenza che partendo dalla musica indaga sul teatro, che tipo di percorso avete affrontato?

Abbiamo ragionato, e da qui siamo partiti, sull’importanza della musica nei riti funebri nel Sud Italia, penso ad esempio alle signore che vengono chiamate durante i lutti per andare a piangere recitando delle vere e proprie litanie.

È interessante riflettere sull’esistenza di questi rituali, in alcuni paesi ancora si fanno e sono anche molto sentiti. Parliamo di riti musicalmente accompagnati dalle bande che suonano le marce funebri, su cui ci siamo concentrati in modo particolare per via della nostra formazione bandistica, ma abbiamo anche cercato di fare una selezione fra i tantissimi riti esistenti, accostando questa ricerca a uno studio sulla tragedia greca.

Il percorso durante la residenza è stato questo: noi ci siamo avvicinati al tema a livello letterario e teatrale, mentre i teatranti a livello musicale.

L’intenzione è quella di far nascere uno spettacolo da questo lavoro, com’è stato il relazionarsi con gli attori?

Abbiamo sperimentato cose nuove per noi musicisti, come il training iniziale, ma abbiamo voluto fortemente che ciò accadesse.

Credo che quello che abbiamo realizzato sia stato bellissimo. Durante il training si sono create delle sinapsi, ci siamo spogliati delle nostre sicurezze e sono venute fuori idee e scene di particolare sensibilità. Le due settimane di residenza ci hanno permesso di vivere insieme, perché il percorso per realizzare uno spettacolo è fatto di un darsi reciproco, hai modo di conoscere meglio te stesso e gli altri.

Prima della pandemia probabilmente questi momenti passavano inosservati, ma oggi, con il periodo difficile che stiamo vivendo, queste piccole cose sono state ciò che più ci ha lasciato questa residenza.

 

Per saperne di più sui Takbum, clicca qui

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Sono Giorgia Simonetta, ho 22 anni e studio le tecnologie dell’informazione, i linguaggi della comunicazione, delle arti e dello spettacolo. Da un paio d’anni scrivo, mi occupo di social media management e ufficio stampa perché credo fermamente nel potere delle parole.