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Il Tritone

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“Mettete i candelotti nella stanza di sotto, attaccati alla parete vicino ai bidoni”. Pasquale ancora non aveva capito bene cosa ci facesse in mezzo al mar Tirreno, in una notte del 1992 a 11 chilometri dalla costa cetrarese. Ma sapeva che doveva mettere i candelotti nei posti giusti per far affondare quella cazzo di nave in mare, e poi tornare indietro con le motonavi sulla costa. O almeno questo è quello che aveva pensato, prima di ritrovarsi anche lui come un bidone, tra gli altri, legato per le mani ed in attesa di sprofondare nel Tirreno. Non potevano esserci troppi testimoni, e lui, semplice manovalanza, era tra quelli che sapeva troppo.
La sera dell’operazione Pasquale partì a bordo di uno dei due motoscafi messi a disposizione dal boss cetrarese Muto. Dopo poco più di una decina di chilometri si ritrovarono tutti di fronte la Cunsky: la sagoma della nave si stagliava nell’oscurità, facendola apparire come un vascello oscuro e misterioso. Poche chiacchiere o fantasie, pensò Pasquale, era ora di salire a bordo per piazzare la dinamite. Quando entrarono sulla nave erano in 7 persone: tre giovani ragazzi di Cetraro, tra cui Pasquale, e quattro sgherri del boss Fonti, il quale supervisionava le operazioni. Fu colpito dal materiale che si trovava nelle navi: si trattava di bidoni uniti tra di loro da involucri di plastica con la scritta “Radioaktivt”, ed il simbolo infondibile del materiale radioattivo che si trovava persino negli ospedali. A quel punto le sue sensazioni cambiarono notevolmente, e capì un po’ meglio il senso di quello che stava facendo. Non aveva modo di pensare se tutto quello fosse giusto o sbagliato, ma il primo impatto con quei bidoni non fu certo positivo. “Toc” – non ebbe neanche il tempo di riflettere abbastanza che subì un duro colpo alla nuca che lo stordì completamente. Si ritrovò lui insieme agli altri due ragazzi completamente imbavagliato e stordito a fianco dei bidoni con quella strana scritta di chissà quale lingua che voleva dire evidentemente “radioattivo”.
Eppure da quando lavorava niente poco di meno che nella pescheria di Francesco Muto, il boss della mala della costa tirrenica, le cose si erano messe decentemente per lui. La politica posti di lavoro non ne creava, ed ecco che il pane a casa lo portava sapendo bene che il giro del pesce da lui preso e poi rivenduto era in mano alla criminalità locale. Non era il solo pesce era al centro del suo commercio: tutti gli hotel, ristoranti, supermercati, ospedali e case di cura si rifornivano da lui per il mercato ittico. E poi edilizia e spaccio di droga. Un boss, ed un clan, il suo, in grado di controllare 150 km di costa tirrenica. Una sera degli inizi del 1992, tornati dalla pescheria, Pasquale era stato avvicinato da potenti uomini del clan Muto che gli avevano proposto di ingaggiarli per un nuovo “lavoretto”. Era qualcosa di diverso dallo spaccio di droga e la vendita del pesce. Era qualcosa che gli era stato presentato come molto remunerativo, che non sarebbe durato più di un’intera notte, e si doveva fare a largo della costa, a bordo di una nave.
Lui, Pasquale, lo chiamavano “U tritone”. I giovani adolescenti di Cetraro, ad inizio anni 80, iniziavano un’estate infinita presso la spiaggia della marina, tra tuffi a mare, schizzate, pallonate di Supersantos imprendibili. E poi le gare a nuoto: Pasquale aveva un fisico che gli consentiva di andare veloce e battere tutti. Erano di quei fisici nerboruti, rappresi, asciutti, di quelli che di sicuro erano ereditati da famiglie e famiglie di contadini del passato che si erano fatti i calli alle mani e piedi su in montagna, nei latifondi dei vari signorotti, a Cetraro ed in tutti i paesini della costa tirrenica, e che adesso avevano generato dei discendenti forti, dai nervi tesissimi, anche belli da vedere in spiaggia. Inoltre Pasquale calzava di piede numero 45: ogni battito di piede sull’acqua era come una vera e propria pinnata. Non c’era storia, vinceva sempre lui alla fine; sbucava il suo sorriso beffardo da sotto l’acqua alla fine della gara di nuoto con tutti gli amici, immancabilmente.
Ora invece era imbavagliato in una stiva di una nave tra bidoni dai contenuti tossici: il rumore successivo a quello delle motonavi che si allontanavano fu quello di un enorme esplosione. A quel punto sentiva che il suo destino era segnato. Gli esplosivi posti all’altezza della prua, in basso erano vicini a dove si trovava: un misto di rifiuti radioattivi sganciati da qualche bidone, insieme all’acqua marina che entrava nella nave lo investirono inevitabilmente. Si ritrovò in un mare di melma ed oscurità. Era la fine. Forse. Pensava alla sua vita ed al suo amore per il mare, ai falò degli anni 80 dove era lui a portare la droga a tutti quelli che venivano da fuori Cetraro perché era accriccato con gli uomini del malaffare, pensava che quella moto vista sulla copertina della rivista ormai se la poteva sognare. Dopo ore di sonno, e di rimorsi, si risvegliò nell’oscurità marina. Ancora era in mezzo a quella melma e quel puzzo velenoso di materiale radioattivo…era questo l’infero? Eppure capiva che poteva muoversi. Ed allora inizio a spostarsi, verso la luce che filtrava nella stanza in cui si trovava. Uscì da quella che era la nave, che però si trovava in fondo al mare adesso. Lo aveva capito perché guardando di sopra, vedeva la luce della luna filtrata dall’acqua. Risalì subito in superficie per paura di rimanere affogato…certo non capiva cosa gli era successo. Una volta risalito in mare, si vide solo nel tirreno, nell’acqua blu petrolio, in mezzo al mare. Riusciva a distinguere le luci notturne della costa cetrarese da lontano, che decise di raggiungere a nuoto. Ecco, fu quello il momento, in cui lontano miglia e miglia dal mare, iniziò a ripensare di quando lo chiamavano “U Tritone”. Anche quel ricordo gli diede la forza di nuotare verso la riva…lui era il tritone, era un nuotatore in grado di battere chiunque, ed anche questa volta sfidando se stesso lo avrebbe dimostrato. E ce la fece! In molto meno tempo di quanto potesse immaginare riuscì a raggiungere la riva…aveva troppi pensieri per la testa, per quello che era successo quella notte e per la stanchezza dovuta alla sua nuotata. Decise, anche per non dare nell’occhio di qualcuno della malavita che magari se lo sarebbe fatto fuori, di appartarsi in una zona riparata, tra gli scogli della scogliera dei Rizzi.

Il giorno dopo si svegliò e li fece quella scoperta che cambiò il resto della sua vita. Era lui, sempre lo stesso guardandosi riflesso sull’acqua della riva. Ma aveva le mani palmate come quelle di un’anatra. Stessa cosa i piedi. Toccandosi dietro l’orecchio, scoprì di avere delle aperture che erano uguali a quelle delle branchie. Aveva una sottile cresta che gli divideva il capo in due parti, e una coda appiattita e violacea che gli usciva dall’osso sacro, come una sorta di medusa…ecco perché era riuscito a sopravvivere tutta la notte in fondo al mare! Ed ecco perché, senza sapere come, era riuscito senza troppi sforzi a raggiungere la riva da più di dieci chilometri di distanza nuotando con i suoi soli sforzi fisici! “Sono diventato un tritone veramente” – pensò Pasquale. Doveva essere per quelle strane sostanze che lo investirono in pieno durante l’esplosione che gli era capitata durante quella incredibile notte, probabilmente.

Certo adesso la sua vita era completamente cambiata…cosa avrebbe potuto fare? Di certo non poteva tornare alle cose di sempre. Spiegare ai parenti ed agli amici che si era trasformato in un mutante non sarebbe stato di certo semplice, e poi la malavita lo avrebbe sicuramente fatto fuori senza un attimo di tregua. Iniziò a pensare al fatto che avrebbe vissuto il resto della vita vicino ai pesci, ma non come nella pescheria dove aveva lavorato fino ad allora, ma a contatto molto più ristretto, in mezzo al mare aperto. E che magari qualche volta sarebbe risalito, sporadicamente però. Aveva tantissima rabbia per la violenza che aveva subito, ed ora che era distante dalla sua vita di sempre, gli venne pure qualche scrupolo per quello che gli uomini di malavita, ed anche lui stesso, avevano fatto nei confronti del mare. Il suo mare, avvelenato con quei fusti contenenti rifiuti tossici, il mare dove faceva il bagno da quando era piccolo, il mare che gli consentiva di vendere il pescato…

Quello che gli rimaneva da fare ora, era la domanda a cui pensava con più frequenza. Certo il tempo per reinventarsi una vita da tritone non gli mancava. Ma invece di pensare solo alla sua di vita, gli balenò in mente una cosa durante quella mattina in cui scoprì di essere diventato un mutante. Pasquale ricordava di aver partecipato a quella che era la riunione organizzativa dell’affondamento delle navi, che si tenne nel luogo deputato agli incontri più importanti, insospettabile in apparenza: l’ospedale di Cetraro. Ad occuparsi dei termini operativi dell’operazione era il boss Francesco Fonti, che chiese a Francesco Muto uomini e mezzi. E tra quegli uomini c’era Pasquale. Nel dialogo tra gli uomini di mafia, si capì che le navi da affondare erano ben tre, ma in momenti e posti diversi: una si chiamava Yvonne A, e doveva essere fatta affondare a largo di Maratea; l’altra era la Cunsky, che doveva affondare abbastanza distante, ma in corrispondenza di Cetraro, ed infine la Voriais Sporadais, quella doveva essere affondata a largo di Praia a Mare per ultima, ma le cose poi andarono diversamente. Infatti che c’era ancora una nave che sarebbe dovuta essere affondata, quella con il nome greco, a largo di Praia a mare. Perché non a questo punto non sfruttare le doti, intervenire, e salvare il mare da un’ulteriore violenza nei suoi confronti? Era deciso ad intervenire: avrebbe raggiunto a nuoto la zona preposta dove si trovava la Voriais Sporadais, sarebbe salito sulla nave mentre i mafiosi mettevano la dinamite, li avrebbe messi fuori gioco con la sua rapidità e poi avrebbe guidato la nave verso la riva. Una volta messa la nave a riva, tutti si sarebbero chiesti cosa ci faceva quella nave, e dopo quello che era avvenuto ad Amantea con la “Rosso”, quella nave stranamente spiaggiata e con uno squarcio sulla prua nel dicembre del 1990, qualche giudice sarebbe dovuto per forza intervenire e si sarebbe scoperta la verità su quelle navi abissate…

Arrivata la sera Pasquale si mise a nuotare verso nord – ovest, da Cetraro a Praia a Mare. Vide la sagoma della Voriais Sporadais, e le luci delle torce degli uomini che erano intenti a mettere i candelotti delle dinamiti all’interno della nave. A quel punto si avvicinò ad essa, fece un balzo da tritone vero e proprio e con la sveltezza propria di un essere ferino, gettò in mare tutti gli uomini di malavita che tra imprecazioni di sgomento non sapevano cosa gli fosse capitato. Poi decise di guidare l’imbarcazione, portandola verso la riva. Era fiero di quello che aveva fatto: il mare avrebbe inghiottito meno veleno e la verità sarebbe venuta a galla! Ma proprio mentre era felice del suo gesto eroico, iniziò a sentire rumori di elicotteri sopra la sua testa con fari accesi, e si vide attorniato da alcune navi veloci e potenti che gli intimarono di fermarsi. Era ovvio, capì, che non si trattava di mezzi della malavita. Si toccò la testa: come era ingenuo! Come aveva fatto a pensare che era la sola mafia locale a poter organizzare affondamento di navi lunghe oltre 100 metri contenenti carichi di bidoni radioattivi con denominazioni straniere?!? A quel punto rimaneva solo una cosa da fare, e la fece. Con la stessa forza con cui era saltato sulla nave, spiccò un salto fuori da essa, nel mare, ed una volta dentro, battendo la sua coda a forma di pinna, scomparse nelle profondità marine…

Dopo ben 17 anni venne a sapere che un giudice, un certo Bruno Giordano, aveva avviato delle indagini per scoprire se effettivamente ci fosse stata una nave a largo di Cetraro, sulla base delle dichiarazioni del boss pentito Francesco Fonti. Appena saputo questo, si recò più spesso presso il paese per comprare i giornali, e lesse che dalle immagini che si vedevano tramite un robot subacqueo ROV, si era effettivamente trovata una nave che non poteva che essere la Cunsky: il procuratore Giordano raccontava dello squarcio a prua, di tutti i bidoni della stiva, e di due teschi che si vedevano da un oblò, e Pasquale sapeva di chi si stava parlando. Come lesse a proposito dei fusti che come disse proprio Fonti, contenevano materiale radioattivo proveniente dalla Norvegia…ecco quale era la lingua scritta su quei bidoni! Inoltre lesse che la nave il cui affondamento era riuscito a sventare parzialmente, a largo di Praia a Mare, forse non a caso venne fatta affondare lontano dalla Calabria: a Genzano, nel Lazio.

In quei giorni Pasquale sperava che la verità, in un modo o nell’altro, venisse finalmente a galla, e che una sorta di giustizia, in nome della bellezza e l’importanza del mare, quel sempre più suo mar Tirreno, avrebbe trionfato. Decise con entusiasmo anche di tornare a sulla terraferma per un’intera mezza giornata, ma questa volta non a Cetraro, bensì ad Amantea: era per la manifestazione sulla nave dei veleni. 30 mila persone, provenienti per la maggior parte dalla Calabria, manifestarono per chiedere verità sulle navi dei veleni. E tra queste anche lui, che nascondeva la sua cresta da merluzzo sulla testa con una coppola e la sua coda tenuta attorcigliata che stava in un pantalone largo. Per l’ennesima volta la verità non emerse: pochi giorni dopo la manifestazione di Amantea l’allora ministro all’ambiente dello stato italiano affermò che quella nave non era la Cunsky, ma quello che fu nominato come “il piroscafo Catania”, affondato durante la prima guerra mondiale. In quel momento Pasquale si ricordò di quando aveva provato a portare a riva, da solo, la Voriais Sporadis, un’altra nave carica di rifiuti, e di quando venne fermato da elicotteri e motoscafi che non erano della malavita. Il potere politico, insieme a quello malavitoso, anche questa volta avevano fatto affondare la verità, a largo delle coste calabresi.

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Ho fatto l’orecchino a 30 anni. I miei scritti sono stati disseminati un po’ dappertutto: dalla rivista americana online “Jacobin Magazine” al giornalino della curva dei tifosi del Cosenza, da Globaproject.info alla rivista di poesie ilFilorosso