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Elezioni regionali Calabria 2020

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La tornata elettorale delle regionali in Calabria del gennaio 2020 suscitava in me sensazioni un po’ di noia, un po’ di sconforto, e d’ insofferenza. Per chi come me negli anni passati ha fatto cose come partecipare con entusiasmo ad una manifestazione con decine di migliaia di persone da tutta la Calabria per chiedere verità sui rifiuti sotterrati in mare nelle navi dei veleni, oppure occupare l’Autostrada del mediterraneo insieme a migliaia di studenti calabresi contro la riforma universitaria nazionale, ed aver partecipato a tante altre piccole e grandi iniziative, vedere questo alternarsi come un futile pendolo al governo della Regione tra centro – destra e centro – sinistra uniti nelle stesse politiche anti – sociali, e di mantenimento di posti di potere e ricchezza, era proprio una seccatura. Ed ecco che il 26 gennaio 2020 era stato fissato come il giorno delle elezioni regionali in Calabria. Ma una forma di reazione io volevo comunque esprimerla, e così durante la mattinata della domenica del giorno delle elezioni, decisi di attaccare un manifesto in centro città, con intento satirico. Su di esso una appariva una figura con un busto incravattato di un politico e il viso antropomorfo con testa di polpo contornata da tentacoli. Il richiamo era chiaramente a Chtulu, il mostro del racconto,Il richiamo di Chtulhu di Howard Phillips Lovecraft. Sotto questo personaggio, la scritta: “Perché votare il male minore? Vota il male maggiore, Vota Chtulu!”.

Quindi, domenica 19 gennaio iniziai a tappezzare qualche muro del centro di Cosenza con questo manifesto. La domenica sera, dopo aver attacchinato i manifesti per il centro cittadino, andai a dormire con il sorriso di chi aveva combinato una piccola provocazione divertente. Ma la notte, la notte stessa mi svegliai improvvisamente svegliato da alcuni fragori provenienti dalle strade. Sentii urla pazzesche e soprattutto un interminabile TamTam che facevano da sfondo sonoro a quello che poi, quando mi buttai per le strade per capacitarmi di ciò che accadeva, vidi con i miei occhi: cortei di cittadini che si muovevano dinoccolati con tuniche nere dai drappi lunghi e oscuri, e fuochi accesi in ogni angolo di città. Mi avventurai verso il centro di Cosenza, dove osservai persone prostrate ai piedi delle statue del Museo all’aperto, come in adorazione di nuovi idoli. Dall’altra parte, Viale Parco era trasformata in una sorta di las ramblas infernale, con acrobati circensi vestiti da clown del terrore e giochi di fuoco di ogni foggia, mentre tutti quei palazzi con le case sfitte di nuova costruzione su Via Popilia erano invasi da persone, sempre vestite di tuniche scure, che si muovevano da appartamento ad appartamento, in cui si svolgevano tra l’ombra delle fiamme e saette incredibili di fulmine, e pentoloni con pozioni dai colori fulgidi verde e porpora, strani riti tra le grida indicibili. Guardai verso i monti della Sila a quel punto: vidi una forma di un teschio, come una sagoma inquietante ed incombente, stampata sulla neve tra gli alberi scuri, e sentii anche in lontananza ululati sinistri. Mi resi conto che erano i lupi che iniziarono a scendere a centinaia da quelle montagne innevate, che annunciavano con ululati sinistri e ringhia spaventose il loro arrivo in città. Da Viale Parco pensai di dirigermi verso sud per il fiume Crati. Proprio nel fiume stesso, alla confluenza con il Busento, osservai qualcosa di sconcertante: figure di zombie di antichi guerrieri visigoti che riesumavano dal letto pietroso, terrificanti nei loro aspetti tutti ossa e brandelli di vestigia di migliaia di anni trascorsi, tornati in vita per portare terrore e ripetere il funerale del loro re Alarico proprio dentro il torrente. Allucinante! Alcuni di loro erano anche in groppa a cavalli dai nitriti oscuri fatti di sole ossa, con occhi riempiti da una sola luce azzurra glaciale ed orribile. A quel punto trafelato, mi diressi verso il quartiere Spirito Santo camminando lungo il Crati, e poi decisi di risalire presso la Villa Vecchia. In quel punto ascoltai i suoni ed i versi belluini di animali esotici, come di tigri e di leoni. Le loro forme inconfondibili di felini si muovevano tra le piante della Villa Vecchia, nascondendosi, lottando oppure riproducendosi tra di loro. I ruggiti si levavano alti durante la notte piena, e la stessa vegetazione sembrava sempre più folta, quasi tropicale. Qua e là si vedevano brandelli di carne umana sui ciottoli per terra. Quegli animali erano pronti ad assalire e compiere agguati nei confronti di chi era di passaggio, mi resi conto che ne avevano fatti fuori almeno una decina, e quindi pensai di nascondermi bene. Sugli alberi si vedevano scimmie balzare di ramo in ramo, ed uccelli dalle piume blu ed azzurre che emettevano suoni acuti ed impressionanti nella notte. Pensai di allontanarmi e recarmi allora presso la fontana dei 13 canali: lungo i margini in basso c’erano tre streghe bellissime dagli occhi chiari, dalle vesti scure sgualcite e succinte e la pelle diafana bluastra, che facevano giochi di zampilli d’acqua altissimi e mulinelli in aria. Avevo capito che con quei giochi artistici erano pronte a raggirare i passanti, per poi avvicinarli a loro con inganni dialettici e dopo, infine, a portarli a fare di nascosto altri giochi più truculenti. Decisi poi di salire fino al Castello Svevo, ma mi fermai all’entrata principale prima di entrarvi perchè pensai che non era per nulla il caso di avventurarmi tra le sue mura: al suo interno un grande fuoco enorme veniva acceso nella sala centrale. A danzare intorno al fuoco c’erano tante persone, le cui ombre mefistofeliche erano proiettate sui muri, mentre ballavano al ritmo di quell’interminabile TamTam sentito fin dall’inizio di questa assurda storia; altre persone banchettavano e svolgevano baccanali deliranti nelle varie stanze del palazzo. Dall’esterno del palazzo, da cui scappai per timore, guardai verso la città: alcuni cittadini erano intenti a costruire un’asta del ponte di Calatrava in sostituzione di quella bianca esistente, ancora più alta di centinaia di metri, completamente nera, puntellata delle luci rosse delle torce nella sua lunghezza ed un grosso fuoco acceso sulla punta, una struttura orribile riconoscibile da chilometri di distanza. Giunto presso l’antico Duomo, mi trovai dinnanzi una visuale inaspettata. Innanzitutto la parete centrale della chiesa era arricchita da drappi sgargianti e dai colori più variegati, mentre sul selciato davanti ad essa, di fronte le scale, venivano posati fiori dalle tinte variopinte ed erano pronti a fare accesso all’antico porticato cortei di persone festanti e deliranti, ribaltando così ogni funzione ordinaria della chiesa antica, con un oscuro eretismo, sconcertante e macabramente quasi commovente. Scesi a perdifiato verso la città, scendendo da corso Telesio, guardando nelle case dei palazzi che si affacciavano su di esso delle lugubri luci rosse che si illuminavano ad intermittenza. E quando arrivai presso la piazza dei pesci, all’incrocio della strada che porta al ponte Mario Martire, ascoltai i richiami e le urla strazianti che provenivano dai fantasmi di antichi incarcerati dalle finestre di Palazzo Arnone. Continuai a camminare fino ad arrivare di fronte al comune di Cosenza. Di fronte al palazzo della casa comunale vi era un’enorme statua di un antico guerriero bruzio, con il tipico elmo di ferro ossidato scuro posato sul capo, proprio quello che si trova appoggiato sulle fontane della piazza. La grande statua si erigeva tra fole di fedeli del nuovo munifico idolo incombente e ferrigno, che brandivano torce proiettando ombre lugubri riverberanti sulla enorme scultura, e grida assordanti si levavano in aria da parte di chi salvata da posto a posto eccitato da tutto questo nuovo oscurantismo. E nell’aria, persistente e ossessionante, quel TamTam senza fine. Decisi di scappare verso casa, da dove ero venuto inizialmente, in quel momento il posto più sicuro. Arrivai in centro città, a piazza Undici Settembre, e mi fermai a guardare proprio quei manifesti da me affissi con il mezzo busto del politico dalle sembianze richiamanti lo Chtulu di Lovecfrat. Guardai meglio quel personaggio: sembrava vivo, i suoi occhi accessi con una luce rossa. E poi quel TamTam era quanto più alto come suono quanto più mi avvicinavo a quel manifesto dalle intenzioni satiriche. Un po’ per rabbia, un po’ per intuizione, decisi di strappare uno dei manifesti, e quello che avvenne dopo mi colpì molto. Sentii infatti il suono del TamTam affievolirsi nettamente. Eh se forse proprio quel manifesto era la causa di dell’indicibile inferno scatenatosi per le vie della città? Decisi allora di strappare tutti i manifesti: quel rumore si attenuava sempre di più, poi quasi scomparve, ed allo stesso tempo vidi cortei di migliaia di cittadini dimessi, abulici, silenziosi, tornare verso le loro abitazioni lasciando ogni rito, ogni bagordo, ed ogni coinvolgimento dionisiaco che fino ad allora aveva stravolto la città. Io mi ritirai a casa, pensando che forse tutto quel frastuono mefistofelico era cessato. O almeno, sperando questo. La mattina dopo, in seguito a poche ore di sono a dire il vero, mi svegliai e fuori dal balcone sentii due operatori ecologici parlare tra di loro, mentre raccoglievano la spazzatura. Si lamentavano che la spazzatura trovata per strada era un poco di più del solito, ma non dissero nulla di particolare, come se in effetti non fosse successo niente di tutto quello che avevo visto con i miei occhi inorriditi. Inoltre guardai più lontano, e per esempio, il ponte di Calatrava era lo stesso di sempre: pensai che tutto era tornato alla normalità. Si! La normalità…quanto è bella la normalità, e se le cose cambiano o sono scolvolte, che pensiero stupendo sperare di tornare ad essa. Ma quale normalità mi aspettava, il giorno dopo le elezioni? A vincerle era stato il candidato del centro – destra, Jole Santelli. Altri cinque anni di governo nel segno di politiche sanitarie che prevedevano tagli alle strutture e chiusure di ospedali, un livello di disuguaglianza sempre maggiore, nessuna cura per il territorio allo stesso modo di come erano stati i mal-governi precedenti. Mi sentivo come un personaggio di Lovecraft alla fine di un suo racconto…guardavo Cosenza dal balcone e pensando a questa realtà, mi sentivo impazzire. Si forse, le immagini orribili e mostruose della notte precedente mi avevano messo paura…ma adesso, il nuovo (si fa per dire) corso politico della Regione Calabria creava un’atmosfera ancora più terribile e mostruosa…guadavo il cielo, il castello, il ponte di Calatrava, tutto sembrava tremare…stavo per impazzire!

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Ho fatto l’orecchino a 30 anni. I miei scritti sono stati disseminati un po’ dappertutto: dalla rivista americana online “Jacobin Magazine” al giornalino della curva dei tifosi del Cosenza, da Globaproject.info alla rivista di poesie ilFilorosso